Trofeo 10.000 vigne

10000 vigne

III Trofeo denominato 10.000 Vigne del Negroamaro che si terrà Domenica 12 Giugno a partire dalle ore 9.30.
La gara nazionale di corsa su strada prevede 10,8 KM con partenza dalla cantina Conti Zecca – Leverano. Alla manifestazione possono partecipare tutte le società affiliate alla FIDAL per l’anno 2016, sul sito
http://www.cronogare.it si può effettuare regolare iscrizione, il  percorso si snoda per 10,8 km nella stupenda campagna di Leverano , tra tralci di giovani  viti disposti a spalliera . Al momento risultano iscritti 400 podisti, 54 le società partecipanti provenienti da varie regioni.

Manifestazione organizzata dalla Azienda vitivinicola Cantine Conti Zecca insieme all’Asd podistica Salicese, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e il supporto del GAL Terra d’Arneo. Per l’occasione l’Associazione Culturale Circolo Tandem Leverano, effettua visite guidate  nel centro storico di Leverano su prenotazione. per Info 393 8158598

 

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Parco Culturale “Girolamo Marciano ” Leverano

NOVEMBRE MESE DEL VINO NUOVO

 

Cenni Storici

Sin dal 1623 si hanno notizie di una bottega dell’antesignano di questo marchio, tutt’oggi leader nel territorio pugliese nella produzione delle ceramiche tradizionali tipiche, cosiddette ceramiche d’uso, ossia manufatti adibiti alla conservazione di alimenti sia liquidi che solidi, realizzate nella “putea capasonara”. Nella bottega faenzara invece si produceva la maiolica per la tavola e la cucina, l’oggettistica per la casa, mattonelle ecc. nonché le maioliche artistiche, destinate ad una committenza alto-borghese e/o aristocratica.  In quel periodo il feudo di Taranto appartenne a Gregorio Castelli, duca di Genova, acquisito dagli eredi di Isabella d’Aragona. Al seguito di questo personaggio si trasferirono alcuni ceramisti liguri pregni della cultura artistica del nord Europa fra cui l’abile maestro Francisco Nicola Fasano che diede origine alla sua attività proprio in una grande grotta affidatagli dal suo illustre mecenate di cui si conserva ancora l’ubicazione.

Tutte le tipologie di forme di vasi, piatti, ciotole, brocche e tutto ciò che, per uso domestico, si facevano allora è stato tramandato da generazione in generazione fino a trovare validità tutt’oggi sui mercati nazionali e specialmente su quelli internazionali. Molte opere realizzate in questo periodo sono conservate in collezioni private ed esposte in  musei  nazionali ed esteri. Reperti delle varie tipologie che evidenziano i caratteri di sobrietà delle forme, la nitidezza espressiva delle decorazioni e la straordinaria eleganza esecutiva per l’alto livello tecnico-artistico raggiunto da questi maestri.

L’azienda attuale a nome Fasano ceramiche srl è gestita dagli eredi di Nicola Fasano a continuare una tradizione che, si spera, non avrà mai fine.

L’11 novembre è San Martino. Il clima torna mite e il mosto diventa vino, una miscellania tra il sacro e il profano.

E’ il giorno dell’Estate di San Martino e se le temperature non dovessero risultare poi così elevate, c’è sempre la certezza di poter godere di una giornata gioiosa tra mosto, vino nuovo e buonissimi piatti della tradizione locale. Una spiegazione di questo miglioramento del tempo, nella seconda decade di Novembre è da attribuirsi all’andamento tipico stagionale di questo mese, il quale si proietta verso l’inverno con accorciamento della fase solare ma che presenta dei tipici ripensamenti climatici alternando nell’arco della giornata delle notevoli escursioni climatiche.

Un’altra usanza popolare datata 11 novembre segnava per i contadini la fine di un anno di lavoro ed era il momento in cui scadevano i contratti agrari.Se non si rinnovavano i contratti per l’anno successivo si doveva traslocare in altro podere e abitazione, da qui il termine: “Fare San Martino”.

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 Il Bottaio

Là dove la viticoltura era particolarmente sviluppata il falegname diventava il bottaio e si specializzava nel realizzare vasi vinari perché le cantine erano in grado di alimentare una richiesta sostenuta.
I vasi vinari erano delle più disparate dimensioni, dalle enormi botti e dagli ancor più imponenti tini alle piccole forme dei bigonci e delle botticelle.
Il bottaio provvedeva anche a realizzare sempre in legno tutta quella minuteria in legno necessaria in cantina per i lavori del vino: cannelle, imbuti, ammostatoi, parti delle pigiatrici, rudimentali turabottiglie,…
Già nel corso dell’Ottocento l’industria aveva in parte sottratto ai bottai la produzione dei torchi che venivano prodotti in serie ed acquistati nelle fiere e nei mercati o tramite i Consorzi Agrari direttamente dai proprietari in maggior misura e dai contadini più sporadicamente.
Dove la viticoltura esisteva in misura consistente ma il prodotto vino era destinato quasi esclusivamente all’autoconsumo e al mercato locale, il bottaio doveva a causa dell’esiguità dei lavori richiesti necessariamente indirizzarsi verso una sorta di “pluriattività” che spaziava dal lavoro dell’arrotino a quello del falegname e del tornitore in legno.
La professionalità del bottaio consisteva nella funzionale conoscenza dei materiali legnosi: il gelso veniva impiegato per i bigonci e tini dove era richiesta una struttura perfettamente verticale, la quercia e il rovere per le botti dove il taglio della fibra del legno per ottenere la curvatura della doga non comprometteva la resistenza del materiale e il salice bianco usato per le legature dei bigonci secondo sistemi tradizionali che miravano a risparmiare ferro.
Il lavoro del bottaio consisteva oltre che nel taglio a regola d’arte delle parti componenti i vasi vinari, le doghe, utilizzando particolari strumenti come coltelli, asce, pialle curve…, nella capacità di assemblare queste parti servendosi di cerchi in ferro apribili, le misure, in modo che i vasi, una volta completati, fossero a perfetta tenuta. A questo scopo era necessaria una buona conoscenza del comportamento dei materiali lignei in presenza dei liquidi.

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Diamo vita ai rifiuti organici: “nulla si distrugge tutto si trasforma”

Il progetto del Circolo Tandem: “diamo vita ai rifiuti organici ….nulla si distrugge tutto si trasforma”  pone l’attenzione su un aspetto specifico e molto attuale, che riguarda la produzione dei rifiuti, la raccolta differenziata, il riciclaggio e il consumo responsabile. Destinato ai bambini delle scuole primarie  si pone un triplice obiettivo:
• Informare e rendere consapevoli gli alunni delle problematiche ambientali che riguardano la gestione dei rifiuti, valutando le implicazioni di una inadeguata e scorretta gestione degli stessi.
• Favorire la crescita di futuri cittadini “attivi” capaci di scelte responsabili e sostenibili, dando delle indicazioni pratiche e concrete su come è possibile modificare una errata gestione dei rifiuti organici e istruendoli sul compostaggio.
• Dimostrare ai partecipanti il ruolo fondamentale dei lombrichi nel processo del compostaggio e coinvolgerli praticamente nell’utilizzo di un contenitore per la frazione umida.

L’attività teorica ha avuto inizio presso la scuola “Falcone- Borsellino ” di Copertino, in cui gli alunni molto preparati, hanno dimostrato un grande interesse partecipando attivamente e ponendo tantissime domande di approfondimento….. al prossimo incontro !!!

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Gli alunni hanno appreso che attraverso l’attività dei microrganismi i materiali organici si trasformano in humus . Il quale è  utilizzabile come fertilizzante  del terreno. Tramite il compostaggio è possibile imitare i processi che in natura riconsegnano la sostanza organica al ciclo della vita.  L’intervento presso le scuole è articolato in due lezioni di cui la prima teorica, coadiuvata da video proiezioni, con l’osservazione e studio del Lombrico.  La seconda  lezione, prettamente pratica, vedrà l’allestimento della compostiera con l’intervento degli alunni.

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Notizie meteorologiche sulla Japigia

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Vi piove in tutte le stagioni dell’anno, ma più d’ inverno e di primavera che nell’estate e nell’autunno; vi cadono le pioggie da tutti i venti, ma più dall’ Austro e dalla Tramontana che dagli altri. Le nevi non albergano mai ( per molte che alcune volte siano state) più di tre giorni. ”  Così  descrive il regime pluviometrico della Terra d’Otranto il G. Marciano nel lontano 1600.  Oggi siamo quasi stupiti dal cambiamento climatico e in particolar modo dall’intensità e potremmo anche dire dall’ assortimento  delle precipitazioni atmosferiche. Però tornando ai tempi remoti, passando dalle semplici considerazioni ed osservazioni riguardanti le precipitazioni atmosferiche, le prime osservazioni pluviometriche eseguite con appositi strumenti e con rigore scientifico sono da attribuire a Oronzo Gabriele Costa che iniziò ad effettuare tali rilevamenti in Lecce, da principio, nella sua abitazione poi nell’ Orto Botanico della R. Società Economica. Queste osservazioni riguardavano la pioggia, la temperatura, la grandine, il vento, l’umidità i venti dominanti e i temporali.   Nel Bollettino della R. Accademia delle Scienze di Napoli , dichiarò: ” io le feci per lo spazio di tredici  anni, nello stesso luogo assiduamente cioè dal 1812 al 1824, nel  Dicembre del 1814 e nel Gennaio del 1815  piovve tanto da raggiungere pollici quattro e mezzo in meno di 24 ore nello spazio di tredici anni la maggior caduta di pioggia avvenne nel 1812 e fu di pollici   42,28…… “, i risultati del suo studio furono pubblicati nel 1834, molti degli strumenti usati dal  Costa sono esposti nel museo dell’ omonima scuola in Lecce; Istituto Tecnico Commerciale   Oronzo G. Costa. Nel 1874  il Cosimo De Giorgi istituitì il primo Osservatorio Metereologico Salentino, grazie all’aiuto dello Stato della Provincia e del Comune, seguito da una rete di stazioni pluviometriche distribuite in diverse località della provincia. Altre  notizie sulle piogge dirotte, sulla siccità, sulle nevicate, sulla grandine e tutto ciò che concerne le precipitazioni atmosferiche si possono ricavare, anche dalle cronache del Cardami del Cino e del Piccinno i quali  descrivono e attestano frequenza e intensità di tali fenomeni.

autore A. D.  gennaio 2015

Bibliografia

Descrizioni, origini e successi della Terra d’Otranto,   G.Marciano

Letteratura idrografica sulla prov. di Lecce, Cosimo De Giorgi

“Scarpantibus” la terra d’Arneo e gli antichi casali

Ritorna  Scarpantibus…camminate lento pede
…..dove  camminare  lentamente  a  piedi consente d’incontrare la natura, guardare  con i nostri  occhi  e memorizzare  come foto gli scorci più belli di  questo magnifico paesaggio…….

 

Per non perdere totalmente l’allenamento e per smaltire i grassi accumulati riprendiamo a camminare. Con questo itinerario ci allontaniamo volutamente dalla costa per procedere nell’entroterra, affronteremo una via antica denominata “Sferracavalli”, escursione naturalistica e storico-culturale che si sviluppa lungo una strada poderale che si trova nel territorio del Comune di Veglie. Dalle fonti:

“Un tempo, il feudo di Bucitina o Vocettina, si estendeva tra Veglie ed Avetrana, nel cuore della Foresta di Oria. Riportato nella cartografia dei primi del Settecento, insieme ad Arneo e Motunato il casale di Bucitina o Vocettina doveva occupare una posizione importante nel quadro del popolamento sparso all’interno dell’Arneo. Incardinato sul tracciato di un importante asse viario, che da Veglie portava verso Taranto, vecchia via Sallentina, disponeva di terreni di varia natura, dove si praticava la pastorizia, la cerealicoltura e l’olivicoltura. Su quei terreni si organizzò, nei secoli successivi un fitto tessuto a masserie, delle quali la più importante è proprio quella che ha conservato il nome dell’antico casale. Da notizie prese dal Catasto Onciario della metà del Settecento risulta che, del feudo di Vocettina facevano parte le masserie di: La Fica, Casa Porcara, Li Simoni, Li Monaci, Il Bosco, Cantalupi, Vocettina, La Nova e Li Lezzi.”

Quello di Bucitina o Vocettina era un feudo molto esteso e che comprendeva una fitta concentrazione di masserie. La via facilmente percorribile è attraversata da varie diramazioni che daranno spunto ad altre escursioni.

25 gennaio 2015

Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 2.600 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 43 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Archeologia

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ROCA NEL MEDITERRANEO

“Nello splendido scenario del Castello di Acaya, l’Istituto di Culture
Mediterranee della Provincia di Lecce promuove, per l’anno 2013, una Mostra
archeologica sugli scavi di Roca Vecchia (Melendugno, Le) dal titolo “ROCA nel
Mediterraneo”. Attorno al tema delle relazioni umane e degli scambi commerciali
e culturali, che da sempre hanno avuto come teatro d’azione il “mare in mezzo
alle terre”, si colloca l’esperienza di un territorio naturalmente predisposto
ai contatti con l’esterno, raccontata attraverso la testimonianza di uno dei
siti chiave per la comprensione delle dinamiche storiche che hanno coinvolto l’
estrema propaggine sud-orientale italiana a partire dalla metà del II millennio
a.C. Nell’arco cronologico compreso tra la Media età del Bronzo e la Prima età
del Ferro, periodo nel quale assunsero notevole rilevanza gli aspetti legati
alla gestione e al controllo del territorio, si assiste alla nascita di
numerosi abitati costieri fortificati, connessi alla navigazione di cabotaggio
e all’interscambio con le nuove compagini di provenienza egeo-orientale.
Proprio per Roca, un venticinquennio di ricerche sistematiche ha comprovato l’
esistenza di uno straordinario insediamento a carattere emporico, attorno al
quale ruotavano gli interessi di una fitta rete di traffici ad ampio raggio che
dalla tarda età del Bronzo collegava la nostra penisola all’Adriatico
settentrionale, all’Egeo e al Vicino Oriente. Grande spazio è dedicato al
contesto ambientale e alla ricostruzione dell’ecosistema antico e alle
trasformazioni intercorse negli ultimi 3000 anni, dai processi naturali a
quelli antropici. Nell’ambito espositivo trova spazio un’ampia rassegna di
materiali esotici, dalle ceramiche di tipo minoico-miceneo, ai metalli di
derivazione europea-continentale, agli avori e ad altro ancora. Tra gli oggetti
indigeni, oltre alla significativa presenza di vasellame d’uso quotidiano
foggiato a mano, figurano alcuni esempi di artigianato specializzato, da quello
metallurgico rappresentato dai bronzi dei due ripostigli scoperti nei livelli
pavimentali della grande “capanna-tempio” del Bronzo Finale, a quello
vascolare, che vede la produzione dei grandi dolia, per la prima volta
realizzati con l’ausilio del tornio. A questi, si associano altri singolari
manufatti, come la ricostruzione del disco in lamina d’oro, simbolo del culto
solare, proveniente dallo stesso contesto menzionato in precedenza. La memoria
e la sopravvivenza del culto nella successiva età del Ferro, insieme alle più
tarde testimonianze epigrafiche raccolte a Grotta Poesia, che da sola
costituisce la prova tangibile della lunga vicenda insediativa di Roca, sono i
temi affrontati nella sezione conclusiva della mostra.

Il logo della mostra è stato realizzato mediante la fusione, puramente simbolica, tra la pianta schematica del Castello di Acaya e quella di un motivo iconografico caratteristico della tarda
età del Bronzo nell’Italia centro-meridionale, si è voluto rimarcare il legame
tra il contenitore della mostra e quello che sarà il suo contenuto. Il
castello, infatti, appare circondato da un fossato il cui profilo può essere
letto, intuitivamente, sia come segno proprio dell’architettura militare ma
anche come simbolo astratto del carro solare, elemento questo che ricorre con
due diverse varianti nella sintassi decorativa dei dischi in lamina aurea
scoperti a Roca. ” 18 marzo 2013

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Tutto ciò potrà essere ammirato sino a notte grazie alle guide specializzate del Gruppo Archeologico di Terra d’Otranto, che condurranno il visitatore nella necropoli di Monte d’Elia, straordinariamente aperta dalle 10 alle 12 del mattino e dalle 16:30 alle 20:00. Sempre a cura del G.A.T.O. sarà possibile ammirare le tombe monumentali presenti nel parco archeologico urbano, anch’esso aperto straordinariamente dalle 9:30 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 24:00.

Sabato 19 maggio, in occasione della ” Notte Europea dei Musei”,  i soci e simpatizzanti del Circolo Tandem si danno appuntamento ad Alezio presso il Museo Civico Messapico per la rassegna “Alixias, la città della Principessa”.

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L’evento, organizzato in collaborazione con il Comune di Alezio, e col patrocinio Unesco, ha permesso di aprire i tesori della cittadina salentina in contemporanea delle altre migliaia di siti e musei d’Europa che si presentano nell’insolita veste serale, arricchendo la propria offerta con eventi appositamente creati. Il Museo Civico Messapico, inaugurato nel 1982, è ospitato in uno splendido palazzo nobiliare settecentesco, appartenente alla famiglia Tafuri. Lo stesso ospita al suo interno la collezione di corredi funerari, alcuni di grande pregio con ceramiche a vernice nera e trozzelle policrome, oltre che una vasta sezione dedicata alle epigrafi, ritrovate sempre in contesto funerario, e che rappresenta un vero excursus nell’idioma messapico. In particolare, degna di nota, è una rarissima iscrizione bustrofedica. All’interno del Museo Civico è conservato, infine, il prezioso corredo funerario della “principessa”, una raffinata ragazza vissuta nel I° sec a.C. Del suo corredo fanno parte una collana in oro di pregevolissima fattura, orecchini ed anelli d’oro, spilloni d’argento, una brocchetta d’alabastro e fibule in bronzo. La lingua dei Messapi, il popolo dei due mari, al cui nome latinizzato è dedicato questo portale, rappresenta per certi versi ancora un enigma. Simili per alcuni aspetti alla lingua greca, a quella illirica, anche se arricchita di nuovi simboli e dai fonemi ancora sconosciuti, è stata parzialmente tradotta grazie all’intervento di diversi studiosi che, dall’antichità a oggi, hanno cercato di svelare alcuni dei misteri di questo grande popolo che ha lasciato resti evidenti della sua presenza in numerosi centri della Japigia. Sono numerose le sepolture e le epigrafi, spesso in esse contenute, che sono giunte fino a noi. Oltre 500 con una percentuale di ritrovamenti maggiori nell’area di Alezio, l’antica Alytia, in minima parte conservate presso il Museo Civico Messapico. Le tombe collocate all’interno del circuito cittadino sono oggi raccolte nello spiazzale antistante le sale museali, e della vicina necropoli del Monte d’Elia (ricostruita in un plastico), di cui resta in luce solo una piccola porzioni degli scavi. Molta importanza è data alla lingua messapica, alla quale sono dedicate ben due sale. A partire dal ritrovamento della prima epigrafe, avvenuto nel 1877, le scoperte si sono susseguite senza sosta colmando in parte un gap temporale che si estende dal IV al  III sec. a.C. Le epigrafi sono incise su materiale lapideo o espresse come graffiti su materiali ceramici dopo la cottura, o ancora impresse con l’uso di stampi o dipinte su superfici architettoniche e vasi. Ben evidenti, con caratteri maestosi e profondi, queste epigrafi, ricorrono spesso proprio all’interno delle sepolture raccolte in via Kennedy. Brevi epitaffi che ci forniscono labili informazioni sull’individuo che è stato deposto nel sepolcro, dal luogo in cui avrebbe intrapreso il suo ultimo viaggio, quello verso l’aldilà. Camminare tra queste tombe dà l’impressione al visitatore di rivivere la celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters nel quale l’autore espone dialoghi immaginari tra il regno dei vivi e quello dei morti tramite gli epitaffi della gente dell’inesistente villaggio di Spoon River che ha affidato in quell’ultimo messaggio il senso della propria esistenza terrena, consigliando o ammonendo i viventi su alcuni aspetti della vita. “Sono di Graivas (della famiglia) Nardes (individuo di condizione libera)” recita un’epigrafe, “Tomba di Daxtas (schiavo o schiava di Gaorras)”, replica un’altra. Elementi ricorrenti nelle iscrizioni funerarie sono il nome del defunto, la famiglia con eventuali legami di parentela con altri individui, e la sua posizione all’interno della società, se di condizione libera, schiavi, o sacerdoti e sacerdotesse (taotor e tabara in messapico) votati ad alcune divinità. Quella più conosciuta probabilmente è Batis, venerata all’interno della grotta Porcinara di Santa Maria di Leuca. Un luogo da visitare e contemplare per far sì che l’epopea dei Messapi non si sia definitivamente conclusa con la conquista del Salento da parte dei Romani, nel II secolo a.C. Parte dei loro usi e costumi sono sopravvissuti come le testimonianze che ci hanno lasciato su vasi e blocchi calcarei. Non recidiamo questo legame.

NECROPOLI DI MONTE D’ELIA  La necropoli messapica fu utilizzata in un periodo che va dal IV al II sec. a.C. Si conservano varie tipologie di sepolture: da quelle a fossa a quelle monumentali, sia in sarcofago sia con la camera costruita da blocchi megalitici. 

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Impresa… Cina

  panoramica   foto P .Bruno
panoramica
foto P. Bruno
foto P. Bruno
foto P. Bruno

La nostra amica Paola Bruno parteciperà all’impresa, percorrendo 2000 km, partenza 28 Luglio, destinazione Cina…. Paola, il Circolo Tandem   è con te !!!

  • L’impresa sportiva, organizzata dalla Travel for Aid, sta portando Matteo Tricarico a percorrere in bicicletta in solitaria la distanza di 70.000 chilometri pedalando attraverso l’Asia, l’Europa e le due Americhe.
  • La finalità umanitaria del viaggio consta nel sensibilizzare ed informare l’opinione pubblica sulle condizioni dell’infanzia disabile, andando ad incontrare i bambini in istituti per diversabili nei paesi attraversati.

Itinerario

  • Il progetto ha avuto inizio da Ho Chi Minh City in Vietnam il 9 ottobre 2009 proseguendo per Cambogia, Laos, Thailandia, Myanmar, India, Bangladesh, Nepal, Taiwan, Emirati Arabi Uniti, Iran, Armenia, Georgia, Turchia, Grecia e Italia raggiunta il 9 ottobre 2011.
  • La seconda fase dell’impresa è cominciata a febbraio 2012, partendo da Bangkok, raggiunta in volo, e sta proseguendo verso est in Cambogia, Vietnam, Cina, Taiwan, Giappone, Alaska (USA), Canada, Stati Uniti, Messico, Cuba, Santo Domingo, Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Bolivia, Cile, Argentina, Spagna, Portogallo, Francia e Italia.
  • L’arrivo in Italia è previsto per ottobre 2014.
  • Il totale dei chilometri percorsi pedalando sarà di circa 70.000.

Finalità umanitaria

  • Il progetto si propone di utilizzare l’impresa sportiva per attirare l’attenzione dei media e del pubblico sulle condizioni dei bambini diversabili nei paesi attraversati.
  • All’obbiettivo umanitario partecipano varie organizzazioni umanitarie che gestiscono scuole e istituti di riabilitazione visitate lungo il cammino.
  • Matteo presta anche servizio di volontariato impegnandosi direttamente in scuole, orfanotrofi e campagne di informazione.

 

Cina: nel profondo Sud  in due lontane  Regioni di frontiera

E così sono partita,sono partita ed ho percorso 1300 Km in bicicletta tra le minoranze etniche delle misconosciute regioni cinesi meridionali del Fujiang e Guizhou (la Dragon Scenic Area, una zona paesaggistica di estrema suggestione, formata da risaie e campi di colza intercalati da pinnacoli di roccia calcarea curiosamente erosi) compresa la provincia di Yongding, dove si concentra il maggior numero di tolou.

Il percorso ad anello è iniziato(ed anche finito) nella città di Xiamen, città isola, affacciata sul mare di fronte a Taiwan, vecchio porto aperto al commercio con l’Occidente. Vivace, caotica e moderna città con un altissimo numero di cantieri in piena attività. Da qui,dopo avere percorso un centinaio di Km lungo la costa a Nord della città, ho continuato verso l’interno, cioè verso ovest. Ho pedalato in montagna,percorrendo  notevoli dislivelli giornalieri, immersa in un paesaggio suggestivo e rilassante tra risaie e bambù in compagnia di un popolo dolce e pacifico,gli Hakka. E’ stato molto interessante la permanenza e le relative visite ai numerosi tolou.

La seconda città visitata è stata Zhangzhou, sulle rive del fiume dei Nove Draghi, conosciuta come la città della frutta e dei fiori, ricca di templi e giardini.

foto P. Bruno
foto P. Bruno
foto di gruppo
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Cina

La Cina costituisce la terza nazione per estensione del pianeta, grande quasi l’intera Europa, e la prima per numero di abitanti, 1.342.000.000 persone, un quinto della popolazione mondiale.

Non tutti gli abitanti della Cina sono cinesi propriamente detti, vale a dire di etnia han con discendenza mongolica e lingua mandarina. Nelle lontane regioni di frontiera e nei territori conquistati con le armi vivono infatti minoranze etniche e linguistiche caratterizzate dalle loro diverse origini, storie e tradizioni, dagli antichi costumi, dai peculiari stili di vita non ancora assimilati alla cultura cinese.

Se gli Han  ammontano, infatti, al 92 % della popolazione, lo stato riconosce ufficialmente altri cinquantasei gruppi etnici per un totale di novantasei milioni d’individui, capaci però di occupare oltre la metà del territorio nazionale, spesso in regioni di frontiera al sud e all’ovest montuose, desertiche e scarsamente produttive ma di notevole importanza strategica.

Le minoranze etniche sono diffuse in tutto il paese, altre concentrate in determinate aree, come nel caso del Tibet. Spesso sono molto diverse le une dalle altre, frantumate a loro volta in diverse sottoetnie,  per origini e provenienza, per dove e come vivono, per gli abiti, i gioielli e le acconciature delle loro donne, per le credenze e le pratiche religiose, costituendo un po’ ciascuna un mondo a sé.

I loro sontuosi festival costituiscono importanti momenti di aggregazione sociale, di manifestazione culturale, di informazione e di scambi, ma anche occasione per mettere su famiglia.

Gli han  sono il gruppo etnico maggioritario della Cina, il più grande gruppo etnico del mondo per numero di individui. Gli han costituiscono circa il 92% della popolazione cinese e il 19% dell’intera popolazione mondiale.

Con il termine han ci si riferisce comunemente al popolo cinese (oltre che alla dinastia che ha regnato in Cina dal 202 a.C. al 220 d.C.). In contrasto con la convinzione tutta occidentale che gli han siano un’unica ed omogenea etnia, vi sono sostanziali differenze genetiche, linguistiche, culturali e sociali tra i vari sottogruppi dell’etnia han. Migliaia di anni passati ad assimilare le culture più disparate hanno reso questo gruppo etnico di una varietà linguistica e culturale sorprendente.

La locuzione “cinese han” è utilizzato per distinguere la maggioranza dalle altre nazionalità e minoranze varie all’interno della Cina stessa.  le varie tribù cinesi iniziarono ad avvertire un sentimento che le accomunava, in quanto discendenti di un unico gruppo etnico, e che le distingueva dai “barbari” che le circondavano. La Dinastia Han rappresenta, infatti, una delle vette nella civilizzazione cinese, capace di imporre il suo potere fino all’Asia centrale e al nordest dell’Asia.

Ancora oggi molti cinesi usano l’espressione “gente han” (Hànrén) per indicare se stessi. La locuzione “cinese han” è spesso utilizzata come un sinonimo di cinese o nazionalità cinese, senza alcun riguardo per gli altri 55 gruppi di minoranze etniche presenti sul territorio.

Un altro nome che i Cinesi usano per riferirsi a loro stessi, quale segno della loro identità etnica è Discendenti del Dragone.

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I sostenitori
I sostenitori

Cina: nel Fujian e Guizhou

Nell’interno montuoso e boscoso della regione costiera del sud-est del Fujian, affacciata sul Mar meridionale cinese e grande quanto metà dell’Italia, vivono gli Hakka,popolazione contadina emigrata nel III-IV secolo dal nord della Cina e che parla un cinese arcaico; popolo colto, solidale e comunitario, ha espresso parecchi capi politici, militari e artisti

Vivono nei Tolou,abitazioni collettive fortificate circolari per proteggersi da nemici, briganti e animali, costruite in fango, bambù e pietre con muri spessi due metri, una sola porta fortificata e finestre soltanto ai piani alti, merli e torrette. Queste costruzioni, alcune delle quali hanno quasi 500 anni, a forma circolare o quadrangolare, ospitano intere famiglie, fino a 500 persone. Sono fresche in estate e calde in inverno e possono essere considerate delle vere cittadelle fortificate

Nel cortile centrale trova posto il pozzo, il forno, le latrine e i recinti per gli animali, al primo piano magazzini e granai, mentre nei tre successivi abitano centinaia di persone; resistenti anche ai terremoti, sono abitazioni calde in inverno e fresche d’estate. Nel Fujian esistono circa 20 mila tolou, alcuni trasformati in musei, la gran parte ancora abitati. Nel 2008 l’UNESCO ha inserito queste opere tra i patrimoni dell’umanità

Nella montuosa e poverissima regione meridionale del Guizhou, ad esempio, grande oltre la metà dell’Italia, il 35 % della popolazione appartiene a diciotto diverse minoranze etniche, le più famose delle quali sono i Miao e i Dong, capaci da soli di dare vita al maggior numero di manifestazioni folkloristiche genuine di tutta la nazione. Per loro la varietà degli abiti e le raffinate acconciature femminili non costituiscono soltanto un ornamento, ma un denominatore sociale ed etnico, espressione di benessere economico e di abilità muliebre.

 Paola  Bruno

Scarpantibus: Gallipoli e la sua baia verde

Torre S. Giovanni, m 4 s.l.m. si incontra lungo la litoranea, ormai nel centro abitato periferico di Gallipoli. Del XVI sec. è stata consistentemente restaurata più volte nel corso del tempo. E’ una torre tipica del regno, realizzata con conci regolari a pianta quadrata a base troncopiramidale, con tre caditoie per lato e coronamento. Un tempo l’ingresso era sul lato mare, ma è stato occluso, sicché in seguito è stata aperta una porta al piano terra, una scala a muro conduce al piano di sopra, e ogni lato è dotato di una finestrella. Comunica a vista con Torre Pizzo a sud e con le fortificazioni di Gallipoli verso nord.  Una volta compattato il gruppo si sposta in macchina in direzione del complesso Costa Brada, da dove ha inizio il trekking. Il percorso si snoda lungo il tratto di arenile che conduce a Punta della Suina nel cuore del Parco Naturale della baia di Gallipoli. Circondata da una pineta e acque cristalline si sviluppa intorno ad un piccolo promontorio che guarda al tramonto, due spiagge laterali, ottimamente attrezzate, ne costituiscono il perimetro. Il bar gazebo serve deliziose insalate, prodotti tipici, vini e cocktails. Grazie allo splendido paesaggio e alla ricercatezza della musica si vivono esclusive emozioni, tanto da farne, in breve tempo, uno dei luoghi privilegiati del jet set e ritrovo di artisti (nel film “Mine Vaganti” Il Salento di Ozpetek tra luce, mare, barocco e cibo ). Superata Punta della Suina, si apre alla vista degli escursionisti, lo straordinario e scenografico paesaggio osservabile a Torre Pizzo, località situata a sud di Gallipoli. In quest’area protetta, si trova un’antica torre di avvistamento, detta Torre Pizzo, una Masseria, anch’essa di antica data e un lido privato con bar, bagni, stabilimento balneare e parcheggio auto, situato in uno spiazzale contornato dalla fresca pineta.

In questo periodo di primavera inoltrata lo scenario è veramente spettacolare per i molteplici colori delle migliaia di fiori, di ogni sorta di sfumatura: blu, rossi, bianchi gialli, rosa, celesti; paesaggi difficilmente riproducibili persino dalla più abile mano di un pittore; per non parlare poi dei profumi che si sprigionano dalla fitta e rigogliosa macchia mediterranea, composta di tantissimi cespuglioni di rosmarino e di timo. Il mare, che abbraccia completamente questo istmo di terra, è cristallino e di un verde smeraldo così inteso, che fa venire voglia di tuffarsi, per farsi un bagno davvero rigenerante. Le spiagge, di sabbia finissima e chiara, (gestite da un susseguirsi di lidi) si estendono per diversi km a sud, arrivando a fino Torre San Giovanni. L’ultimo tratto costiero ascrivibile alla lunga lista delle spiagge gallipoline è certamente Punta del Pizzo, caratterizzato dal conosciutissimo Lido Pizzo, mèta turistica molto “in”, che rappresenta ancora oggi un piccolo angolo di paradiso. Immersa in una fitta pineta, caratterizzata dalla profumosa vegetazione della macchia mediterranea, la costa di Lido Pizzo si cela dietro i pini e presenta un litorale basso e sabbioso che man mano sale sino a caratterizzarsi per la presenza di scogli di modeste dimensioni. Grazie all’insenatura naturale che circonda il sito, il mare di Lido Pizzo è sempre cristallino e calmo e consente una pacifica fruizione delle meraviglie del periodo estivo. La spiaggia ricorda quella delle più rinomate mète esotiche osannate nei film, la lunga distesa di sabbia si snoda verso sud, in direzione Santa Maria di Leuca, intrecciandosi con la Marina di Mancaversa. Nonostante le modeste dimensioni del luogo, la spiaggia è solo parzialmente occupata dallo stabilimento balneare, mentre per il resto è consentita l’agevole fruizione della spiaggia libera. Il luogo è veramente incantevole e molto accogliente. Superato Lido Pizzo e lasciatosi alle spalle l’arenile si percorre un tratto di scogliera bassa fino ad arrivare a Torre Pizzo. Ricade nel Comune di Gallipoli in località “il Campo”, si eleva 8m. s.l.m. E’ del XVI sec. ed ha subito nel tempo molti restauri. Costruita con conci regolari, ha un basamento troncoconico di m.12 circa di diametro alla base e, dopo il cordolo, prosegue in forma cilindrica. In buono stato di conservazione presenta diverse aperture, il suo interno è stato ristrutturato ad abitazione e possiede una scala di accesso, sul lato monte, che al primo piano raggiunge la porta levatoia. Essa comunicava a vista con Torre Suda a sud e con Torre S. Giovanni la Pedata a nord.      Domenica  27 maggio

“Scarpantibus”: Porto Selvaggio

  Domenica 29 Aprile

Torre dell’Alto – Porto  Selvaggio – Torre Uluzzo:

 percorso  con scalinate e un dislivello max di 51 m;  difficoltà: medio – facile.

Descrizione dei luoghi

Torre Santa Maria dell’Alto, o semplicemente Torre dell’Alto, è una torre costiera del Salento situata nel comune di Nardò e ricadente nel Parco di Porto Selvaggio e Palude del Capitano. Posta a 51 m s.l.m., su uno sperone roccioso a strapiombo sul mare, venne eretta nella seconda metà del XVI secolo con funzioni difensive su progetto del viceré spagnolo Don Pietro da Toledo che redasse un sistema di controllo delle coste della penisola salentina. Finita di costruire già nel 1569 dal mastro neretino Angelo Spalletta, la costruzione presenta un basamento troncopiramidale a pianta quadrata, leggermente scarpato, separato dal corpo superiore da una cornice marcapiano. Il piano superiore, dotato di porta d’accesso, termina con una cornice a beccatelli ed è provvisto di merli e di dieci piombatoie distribuite su tutti e quattro i lati. Una grande scalinata in tufo a tre arcate permette l’accesso. L’interno, costituito da due ambienti sovrapposti, è provvisto di cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua; il piano terra era adibito al deposito delle scorte, il primo piano, diviso in quattro ambienti, era utilizzato come abitazione dei cavallari (così erano chiamate le guardie che presidiavano la torre e che in caso di eventuali arrivi di pirati lo segnalavano ai paesi dell’entroterra utilizzando il cavallo). Comunicava a nord con Torre Uluzzo e a sud con Torre Santa Caterina.

L’escursione ha inizio affrontando una scalinata,dopo una breve pausa alla base della Torre con un simpatico fuori programma costituito da spericolate manovre di un pilota di un ultraleggero, il gruppo si dirige, percorrendo un viale di giovani carrubi, a un belvedere che si apre su un tratto mozzafiato della costa ionica a strapiombo sul mare. Da una ripida scalinata composta di più di 200 gradini (che qualcuno ha diligentemente contato), tra pini e vegetazione tipica della macchia mediterranea, si arriva alla splendida baia di Porto Selvaggio. Porto Selvaggio è una di quelle località che tolgono il fiato per la loro bellezza; la folta pineta, infatti, scende quasi fino al mare, creando un’ombra piacevole e profumata di resina, molto gradita ai frequentatori di questi luoghi, e unico rimedio contro l’elevata temperatura estiva del posto. La fascia costiera che unisce Porto Cesareo a Gallipoli è tutta così, formata da tratti di spiaggia e tratti di roccia che si alternano in continuazione. Porto Selvaggio è formato da alte coste, che possono raggiungere anche 40 metri di altezza, e scendono a strapiombo sul mare, che qui, a differenza delle coste sabbiose, è di un blu profondo. La zona di Porto Selvaggio è sottoposta a vincolo paesaggistico e ricopre una superficie di 425 ettari. La baia era affollatissima e la giornata, particolarmente calda, ha favorito le prime timide nuotate nell’acqua cristallina di un intenso color cobalto. Il gruppo, superata la spiaggia di ciottoli, percorrendo un sentiero poco battuto lungo la fascia costiera s’inoltra tra la folta vegetazione composta di acacie, ginestre, cisti in fiore e una varietà infinita di piante e fiori che ricoprono la macchia come un fantasmagorico tappeto di sgargianti colori e intensi profumi. Alla bellezza del paesaggio ha fatto da contrappunto un percorso più impegnativo e accidentato, tanto che ha richiesto un notevole dispendio di energie, per arrivare in una radura a ridosso della Grotta del Cavallo, dove ci si è fermati per rifocillarsi. La grotta ha ospitato gli uomini “moderni” più antichi d’Europa. L’ingresso della “Grotta del Cavallo” è sbarrato da una grata metallica, che ripara la zona da visite inopportune. Dentro è buio, fuori c’è la luce accecante del Salento, la natura rigogliosa del Parco di Porto Selvaggio, a pochi chilometri da Nardò, che custodisce decine di segreti risalenti a migliaia di anni fa. La Baia di Uluzzo (finora generalmente attribuita all’Uomo di Neanderthal) è uno scrigno di meraviglie. Diciassette sono gli insediamenti preistorici lungo la costa, di cui nove in cavità che con i loro depositi abbracciano un arco di tempo che va dai 110 mila anni sino alle culture del neolitico. La loro scoperta risale al 1961, quando in Salento arrivarono i professori Arturo Palma di Cesnola dell’Università di Siena e Edoardo Borzatti von Lowenstern dell’Università di Firenze.  Furono loro i primi a capire l’importanza straordinaria dei ritrovamenti, oggi confermata dagli studi di Stefano Benazzi dell’Università di Vienna pubblicati sull’ultimo numero di Nature, che datano i due molari trovati nella Grotta del Cavallo a 44.000 anni fa circa.  L’uomo moderno arrivò prima. In Italia e GB i resti più antichi. Una novità rivoluzionaria, che sposta indietro nel tempo la diffusione dei primi uomini moderni e riaccende i riflettori su Nardò e le sue meraviglie. Una serie di tesori su cui regna incontrastato l’abbandono. Gli scavi della Grotta del Cavallo, affidati all’Università di Siena dopo un periodo di ricerche clandestine che hanno danneggiato l’ambiente, sono, infatti, fermi da un paio d’anni. I tagli imposti dal Governo ai fondi per la ricerca hanno bloccato i lavori in itinere di molti atenei italiani nel settore archeologico e a farne le spese è stato anche quest’angolo di Salento che racchiude molti tesori della preistoria. Il programma prevedeva di arrivare fino a Torre Uluzzo, ma la stanchezza ha indotto i soci a prendere la via del ritorno facendo un percorso meno impegnativo ma altrettanto spettacolare.

vedi il video

2 novembre 2011   REPUBBLICA

La Baia di Uluzzo, qui visse “l’uomo moderno”

“Una delle località più più importanti nel Salento per quanto riguarda l’archeologia preistorica, come testimoniano i ritrovameti nella grotta del Cavallo, a Nardò, che hanno permesso di retrodatare la presenza dell’ “uomo moderno” in Europa.

Nel video realizzato da Carlo Mazzotta per ACMEmaps e pubblicato su Youtube,  la Baia di Uluzzo (da cui il nome dell’ultimo periodo dell’Uomo di Neanderthal). La zona è uno scrigno di meraviglie, con 17 insediamenti preistorici lungo la costa, di cui 9 in cavità che con i loro depositi abbracciano un arco di tempo che va dai 110 mila anni sino alle culture del neolitico.

La loro scoperta risale al 1961, quando in Salento arrivarono i professori Arturo Palma di Cesnola dell’Università di Siena e Edoardo Borzatti von Lowenstern dell’Università di Firenze.  Furono loro i primi a capire l’importanza straordinaria dei ritrovamenti, oggi confermata dagli studi di Stefano Benazzi dell’Università di Vienna pubblicati sull’ultimo numero di Nature, che datano i due molari trovati nella Grotta del Cavallo a 44.000 anni fa circa “

Settimana della Cultura

Domenica 15 Aprile, in occasione della  Settimana della Cultura che si svolge contemporaneamente in diverse città italiane e coinvolge ogni anno migliaia di persone con visite guidate, iniziative di scoperta del territorio e animazione, il Circolo Tandem ha inteso cogliere l’opportunità di visitare, per la Giornata Touring nella città di Brindisi,    due siti in apertura  “straordinaria”:

*CHIESA SANTA MARIA DEL CASALE sec. XIII
*CASTELLO  SVEVO   per visita alle   “sale storiche”  del Battaglione  San  Marco  e  della  Marina Militare.

SANTA MARIA DEL CASALE

 
Intorno all’anno 1300, il Re Carlo II dona all’Arcivescovo di Brindisi, Ardea Pandone, un territorio presso Santa Maria del Casale, a cui si aggiunge un orto ceduto da Tommaso Pisconerio ( 1306).
La leggenda francescana narra che, già in precedenza, San Francesco in persona, di ritorno dall’Oriente, per la sua devozione alla Madonna del Casale, aveva pregato davanti ad una icona bizantina o cappellina a lei dedicata, anzi ne aveva costruita una ancora esistente nel 1647, ad ovest del convento, con affreschi di stile gotico e con accesso al pubblico.  Filippo I d’Angiò, principe di Taranto, e la moglie Caterina di Courtenay, figlia di Baldovino, conte di Fiandra e imperatore di Costantinopoli, per essere esaudito nel voto di avere un figlio, intendono emulare la magnificenza del Re e perciò costruiscono la Chiesa di Santa Maria del Casale, conglobando e circondando di una grata in ferro la precedente cappella e quando di essa, nel corso del tempo, è rimasto soltanto un muro, l’immagine della Madonna “dipinta a mezzo busto col Bambin Gesù tra le braccia e il colore del volto di ambedue va sul fosco” ( descrizione del 1715 di P. Serafino Mortorio in “zodiaco di Maria”) fu portata all’altare maggiore per darle il posto d’onore. Dal 15 maggio 1310 la Chiesa e i locali annessi furono utilizzati come “cancelleria” del processo contro i TEMPLARI del regno di Sicilia. In quell’occasione, il tribunale composto dall’Arcivescovo Bartolomeo di Brindisi, il Canonico romano di S. Maria Maggiore Jacopo Carapelle, i francesi Arnolfo Bataylle e Berengario di Olargiis, insieme al Canonico Nicola il Mercartore, condannò in contumacia i cavalieri assenti.

Il Luogo dove sorgeva la Chiesa della Madonna della Casale era solitario ed era noto per la sua amenità e gli Arcivescovi di Brindisi costruirono la loro dimora estiva. Il 26 aprile 1568 l’Arcivescovo Carlo Bovio cedette ai Frati Minori Osservanti la Chiesa, il terreno e gli edifici attigui al Tempio. I Frati s’impegnarono a mantenere nel convento un numero sufficiente di sacerdoti per il divino ufficio e assicurare il servizio delle confessioni e delle predicazioni in Quaresima e in Avvento nelle Cattedrali di Brindisi e di Oria. L’Arcivescovo riservò a sé il diritto di esercitare nella Chiesa di Santa Maria del Casale atti pontificali, tenere ordinazioni, consacrare, benedire, usare il pallio, concedere indulgenze e scomunicare. Mantenne anche l’esclusiva sull’uliveto e sulle terre vicine alla Chiesa, insieme alla barca di Santa Maria, denominata “il Varcatoro“. Il Capitolo Metropolitano aveva la facoltà di recarsi al Casale per celebrare la messa e cantare i vespri il giorno 8 settembre festa della Natività della Vergine Maria. I Frati costruirono il convento con piano terreno, il piano superiore verso il mare, il chiostro e fornirono il convento di una pregiata biblioteca.  Quando nel 1598 l’Arcivescovo Giovanni de Pedrosa cedette il convento ai Padri della Serafica Riforma, il convento fu trasformato secondo gli ideali di povertà e semplicità.
I Frati completarono il chiostro (1635-38) e, seguendo il gusto del BAROCCO, arricchirono la Chiesa di altari in pietra e in legno, di tele e di statue; il coro ligneo fu arricchito da fra Angelo da Pietrafitta di un CROCIFISSO, trasportato nel 1886 alla Chiesa degli Angeli in Brindisi per la venerazione dei fedeli. La maggior parte degli affreschi fu ricoperta con calcina dopo un’epidemia di colera. Tutti questi beni, ad eccezione della tela che raffigura la NATIVITA’ DI MARIA, dipinta dal mesagnese Giampiero Zullo nel 1617, non costituiscono più il patrimonio del Tempio di Santa Maria del Casale. Tutto è andato distrutto, compresa la ricchissima biblioteca di cui si conserva l’indice dei volumi, esistenti all’epoca, nella Biblioteca Vaticana.

La Chiesa nel 1811 fu soppressa dal governo murattiano e fu usata come “caserma per truppe di passaggio”. I Francescani tornarono nel 1824 e cercarono di riparare i gravissimi danni, facilmente immaginabili. Il 7 luglio 1866 fu decretata una nuova soppressione ma solo gli edifici passarono al Demanio e come cappellano della Chiesa rimase un cappuccino il quale se ne andò definitivamente l’11 gennaio 1870. Nel 1875 il complesso è stato dichiarato MONUMENTO NAZIONALE. Nel 1910 cominciarono i primi restauri con i mezzi e i metodi dell’epoca. I successivi restauri interni risalgono agli anni ’60, mentre quelli esterni sono stati completati in occasione del Giubileo del 2000, gli ultimi interventi per la Pasqua del 2003.

Il giudizio universale

La composizione più rilevante, più ricca e più valida è senza dubbio il GIUDIZIO UNIVERSALE di Rinaldo da Taranto. Essa si dispiega su tutta la superficie interna della facciata. Il GIUDIZIO UNIVERSALE si articola in quattro fasce parallele. Nella prima è collocato il Cristo giudice seduto in trono ai lati la Vergine e S. Giovanni Battista (Deésis: supplica, intercessione); seguono da tutte e due le parti gli Apostoli, alle cui spalle sono gli angeli. Nella seconda fascia, al centro troviamo “l’Etimasia, tu thronu” (preparazione del trono) la “mandorla” in cui è il trono sormontato dalla Croce e accanto i progenitori, Adamo ed Eva, “rivestiti” e oranti; subito dopo, simmetrici, due Angeli con i libri stellati aperti per il giudizio e altri due che suonano le trombe per la raccolta delle anime. A sinistra di chi guarda, la terra restituisce i morti che aveva nel suo grembo mentre a destra lo fa il mare. La terra e il mare hanno lineamenti antropomorfi. Nella terza fascia, a sinistra, c’è il corteo dei Beati e a destra la “Psicostasia” (misurazione delle anime) da parte di S. Michele Arcangelo, in ricchi abiti bizantini e con la bilancia in mano. La quarta fascia, divisa nettamente dal portale, a destra, continua con l’inferno e con l’angelo color fuoco che respinge i tre eresiarchi Ario, Sabellio e Nestorio e con la grande figura di satana tra le fiamme. A sinistra, il pittore presenta il vero PARADISO. I tre maestosi patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe, circondati da una natura viva, brillante e profumata, con un fico, un dattero, un melograno e un ciliegio carichi di frutti. In quest’affresco si fondono modelli bizantini e analogie con la coeva pittura slava, ma Rinaldo mostra una spiccata personalità soprattutto nel saper rendere, con la scelta dei colori e con le pennellate morbide, narrative e immediate, lo spirito di ogni scena: da ciò i colori cupi dell’inferno e quelli luminosi delle scene paradisiache. Rinaldo conosce la tecnica e il senso della ieraticità, ma il suo spirito non è monocorde: lo splendore del Paradiso, la festa gioiosa della natura, come l’aura fosca dell’inferno trovano in lui un artista completo e accattivante.

Come da programma il gruppo, terminata la visita della chiesa, si sposta verso il centro cittadino per la visita del Castello.

Il castello più antico e importante per la città è il Castello Svevo, detto anche “castello grande” o “di terra” (per distinguerlo da quello aragonese o “di mare”). E’ stato voluto nel 1227 da Federico II come residenza fortificata propria e per le sue guarnigioni (soldati saraceni e cavalieri teutonici), come difesa dalle ostilità dei brindisini rimasti affezionati ai Normanni e che mal sopportavano gli Svevi, contro i quali frequentemente si ribellarono. Per la sua costruzione furono impiegati materiali derivanti dalle vecchie mura e dai monumenti cittadini in rovina. Nel 1488 viene costruito dagli aragonesi un antemurale che circondava la parte a terra del castello, in questo modo e’ stato conservato il nucleo svevo originale. La nuova cinta muraria, più bassa delle torri sveve, era rinforzata da quattro torri circolari che meglio rispondevano ai canoni di architettura militare dell’epoca, considerata anche la comparsa delle armi da fuoco. Fu inoltre creato un nuovo e ampio fossato. Altre modifiche vengono operate nel 1526 e nel 1530 al fine di assicurare una difesa più efficace. Abbandonato dagli spagnoli, venne trasformato in penitenziario da Gioacchino Murat nel 1813, e dal 1909 è utilizzato dalla Marina Militare. Il Castello è stato utilizzato anche come importante base navale nelle due guerre mondiali, dove fu ospitato nel 1943 il re Vittorio Emanuele III e furono dislocate le funzioni di comando nel periodo in cui Brindisi è capitale d’Italia (10/9/43 – 11/2/44).



Museo della Stampa

Il Museo della Stampa di Lecce

L’agile danza dei caratteri mobili e il mestiere del tipografo diventa arte.

Nella piazzetta di Lecce dedicata al Duca d’Atene, a pochi passi dall’Accademia di Belle Arti e dal trionfo di Porta Rudiae, sorge il Museo della Stampa  fortemente voluto dai Cavalieri della Repubblica Vincenzo ed Ernesto, figli dell’illustre Commendator Martano, che negli anni trenta fondò un’impresa tipografica. Nel Museo leccese, che a breve otterrà il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia, le vicende della famiglia Martano costituiscono un corposo canovaccio da cui la guida, nella persona del Cavalier Vincenzo, è partita per narrare tutta la storia della stampa e della tipografia al gruppo dei soci del Circolo Tandem, domenica 11 marzo 2012. Sulla parete di destra, entrando, campeggia una scritta a caratteri cubitali che riporta una riflessione in tema col museo di Giambattista Bodoni: “L’utilità della tipografia è di conservare il ricordo delle generazioni passate e di risvegliare in quelle future, nel corso dei secoli, il desiderio di  imitarle.”

Gli inizi dell’arte della stampa sono fatti risalire al lontano 1631 quando Pietro Micheli portò a Lecce il primo torchio tipografico. Da allora diverse generazioni di tipografi leccesi e salentine si sono succedute. Tra questi Salvatore Martano, che all’età di cinque anni andò garzone nella bottega dei Lazzaretti e s’innamorò dell’ars artificiliter scribendi. La piccola azienda a conduzione familiare del 1920 è oggi una realtà imprenditoriale e industriale solida. La passione che ha sempre animato il lavoro dei Martano è esondata come fiume in piena dagli stabilimenti, per riversarsi sul territorio leccese e salentino, assumendo l’habitus di Museo della Stampa.

Qui trovano posto, in un contenitore appositamente predisposto,  tutte quelle macchine costrette, loro malgrado, a riposare non sazie di raccontare ancora. Sembrano però rianimarsi quando la guida ne illustra il funzionamento, cominciando dall’antica macchina da stampa a torchio a vite, progettata per fare pressione sulla forma tipografica, che era sistemata opportunamente sul piano della macchina. La carta, inumidita, era premuta contro i caratteri dalla cosiddetta tavola mobile, che era avvitata sulla forma dopo che quest’ultima era stata inchiostrata. La macchina era dotata di rotaie, che consentivano di sfilare la forma dalla macchina senza sollevare di molto la tavola mobile. Ciononostante la macchina, lenta e poco pratica, poteva produrre solo circa 250 stampe all’ora. Si è poi soffermato, con dovizia di particolari, sulla stampa litografica elaborata nel 1798 dal tedesco Aloys Senefelder. Essa prevede l’utilizzo di una pietra che, levigata e disegnata con una matita grassa, trattiene l’inchiostro sulle sole parti grasse, dalle quali questo si deposita poi su un foglio di carta grazie alla pressione di un torchio. Dall’evoluzione di questa tecnica nascono, nel 1840, le macchine “pianocilindriche”, in cui la pietra è sostituita da una matrice di zinco (litografia offset). Continuando l’analisi cronologica seguono le macchine di produzione di rulli continui di carta e la linotype, il primo dispositivo tipografico meccanico. Questo sistema, ideato da Ottmar Mergenthaler nel 1881, rivoluzionò le tecniche di stampa perché dotato di caratteri mobili, che scendono da un magazzino di alimentazione, una volta digitate da tastiera, le lettere a essi corrispondenti. La matrice si componeva così in modo automatico; i caratteri erano poi fusi insieme per garantire la stabilità delle posizioni reciproche, mentre dopo la stampa erano recuperati e riavviati a popolare il serbatoio a monte della macchina.

Sulla parete sopra la linotype, l’immagine di Gabriel Garcia Marquez intento a comporre i suoi romanzi di successo nel frastuono della tipografia senza il quale, affermava, di non poter trovare la giusta ispirazione. Un discorso a parte merita la stampa a caratteri mobili che occupa un angolo importante del Museo con cassettiere piene di diversi tipi di lettere con tracce dell’inchiostro che le ha fatte danzare. La macchina che rivoluzionò l’industria tipografica è stata quella a cilindro, che impiegava un cilindro rotante per premere la carta contro la forma tipografica piatta; la rotativa, in cui sia la carta sia il cliché, di forma ricurva, sono avvolti su cilindri; infine una macchina per la stampa in simultanea su entrambi i lati del foglio. Per la stampa dei quotidiani a larga diffusione s’impiegarono macchine di questo tipo. Nel 1863 lo statunitense William A. Bullock brevettò la prima macchina da stampa per rotoli di carta, che stampava su nastri di carta continua invece che su singoli fogli, mentre nel 1871 il tipografo statunitense Richard March Hoe, che già nel 1846 aveva brevettato la prima rotativa, perfezionò una macchina da stampa a rullo continuo con la quale era possibile produrre fino a 18.000 quotidiani all’ora. A conclusione del lungo percorso che ha segnato l’evoluzione della stampa, il Cavalier Vincenzo passa in rassegna le ultime innovazioni che sfruttano le potenzialità dell’ormai insostituibile computer. Grazie alla multimedialità e all’esperienza dei Martano il nostro “Quotidiano di Lecce” lo troviamo ogni mattina nelle edicole fresco di stampa.

Cultura Grika – museo della Civiltà Contadina –

Casa  Museo della Civiltà Contadina e Cultura Grika  – Calimera-

Dopo un’ampia panoramica sulle origini di quel vasto territorio, comprendente diversi comuni della nostra provincia, che va sotto il nome di “Grecìa Salentina”, la guida illustra al gruppo  dei soci del Circolo Tandem gli innumerevoli oggetti che fanno bella mostra di sé.

La Casa – museo della civiltà contadina e della cultura grika di Calimera nasce nel 2003, realizzata per opera del Circolo Culturale Arci Ghetonìa è un luogo dedicato alla cultura grika più autentica. E’ una vera e propria casa a corte, in cui ogni stanza è allestita secondo un ordine tematico; molti degli oggetti che vi sono contenuti erano presenti da sempre nell’abitazione: dagli utensili per la cucina agli “scipparieddhi”, gli indumenti da neonato; dagli attrezzi da lavoro per la campagna, ai preziosi strumenti per la filatura e la tessitura dei “corredi”.

La musica popolare grika fa da cornice a un percorso che è della memoria e del ricordo per gli anziani, della scoperta e della sorpresa per i più giovani.  La Casa – museo pubblica i Quaderni, il cui primo numero (estate 2006), indaga il fenomeno della pietra forata, monumento megalitico esistente a Calimera nella Chiesa rurale di San Vito, dove si svolge il rito di origine precristiana dell’attraversamento del foro, rito propiziatorio di fertilità, messo a confronto con analoghi riti esistenti o esistiti nel mondo.  La Casa – museo non è solo una raccolta degli oggetti della tradizione, ma una ricca biblioteca che comprende circa tremila pubblicazioni di Ghetonìa, oltre i volumi delle biblioteche di V. D. Palumbo e di A. Codardo ed è consultata da studenti e studiosi provenienti da varie Università e centri di ricerca che s’interessano della Grecìa Salentina. L’emeroteca mette a disposizione oltre diecimila articoli pubblicati su giornali locali, nazionali, greci, consultabili per argomento, autore, data, ecc. Video, Cd, Cd-rom, Dvd costituiscono la mediateca. I manoscritti di Vito Domenico Palumbo, le lettere del Palumbo e di altri studiosi come Angiolino Codardo, Giannino Aprile, Giacomo Disikirikis, Domenicano Tondi, Gerhard Rohlfs, offrono ancora spunti per studi e ricerche ai giovani che qui svolgono tirocini formativi per Facoltà Universitarie e progetti di Servizio Civile. Terminata la visita dei locali al piano terra, la guida invita i partecipanti a seguirlo al piano superiore dove campeggia, su un tavolo, lo stemma tridimensionale e in grande formato  della Provincia di  Lecce in fase di ultimazione. Grande sorpresa e ammirazione per il lavoro paziente e certosino nella realizzazione di un plastico in scala di un’abitazione tipo realizzata dai nostri antichi progenitori, che queste terre hanno frequentato fin dal lontano Paleolitico. Attraverso successive modificazioni nel corso dei secoli, l’abitazione si è andata strutturando secondo esigenze nuove, evolvendosi e ampliandosi fino a divenire un’entità complessa con ambienti diversificati, con spazi  per l’uomo e altri per gli animali domestici e gli attrezzi da lavoro. Grande innovazione è l’apertura verso l’esterno, su quello che sarà l’asse viario più importante della nascente urbanizzazione. In epoca romana si aggiungono altri elementi costruttivi quali il “Mignano” che è uno spazio aperto lungo la facciata sopra il portone d’ingresso. Negli antichi centri storici di molti paesi della Provincia, così come a Calimera, è possibile trovare ancora oggi queste tipologie costruttive, retaggio di quel lontano passato,  che arricchiscono e nobilitano il tessuto urbano nella sua interezza.

3 marzo 2012

Festival del cinema Europeo – Lecce –

PUGLIA SHOW – Concorso di cortometraggi di giovani registi pugliesi

La partecipazione al Concorso, realizzato in collaborazione con il Centro Nazionale del Cortometraggio, è gratuita ed è riservata esclusivamente a registi pugliesi fino a 35 anni. Le selezioni, a cura di Luigi La Monica, porteranno alla scelta dei cortometraggi valutati in base alla regia, alla interpretazione, al montaggio ed alla fotografia. Successivamente, una Giuria di esperti assegnerà il Premio CNC ed il Premio Augustus Color. Premio CNC consistente in: 1) Inserimento dell’opera e di una breve intervista al regista (realizzata durante il Festival) sul sito ufficiale del CNC per la durata di un mese. 2) Proiezione dell’opera presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino in un Evento Speciale promosso dal CNC. 3) Realizzazione di una copia Beta digitale del corto vincitore con sottotitoli inglesi (traduzione e sottotitolatura a cura del CNC). 4) Realizzazione di una copia Beta digitale del corto vincitore con sottotitoli francesi (traduzione e sottotitolatura a cura del CNC). 5) Realizzazione di una copia Beta digitale del corto vincitore. ( Dal sito ufficiale: Festival del Cinema Europeo ).

Giovedì 19 Aprile  0re 16.00

Brood Sharing  di G. Frisario  – 10′

Hotel Gallimard    di L.Torriello – 15′

Onirica Realtà    di   A. Zito – 8′

Taranto R.I.P.  di S. Angelillo   -7′

Tutto di un Fiato   di  D.  De Luca   -6′

Venerdì 20 Aprile   ore 16

Binari  di Giannone  – 16′

Fosco di Clemente  – 6′

La Malarazza  di Dilorenzo  -13′

Pretexto Andaluso  di Lamartire – 9′

ore  21.00

Fireworks  di  Abbruzzese  – 21′

Poppitu  di  De  Feo e Palumbo  -23′

Per tre soldi  di  Casiere  -13′

                    

Evento Speciale  Mercoledì 18  Aprile ore 21

Il Viaggio di Seth a Otranto  di Michele Fasano

Michele Fasano

Immagine

Michele Fasano, regista e produttore indipendente, è nato a Gioia del Colle (Bari) nel 1965.

È laureato presso l’Università di Bologna in Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo (DAMS) con una tesi in Estetica: La poetica di Andrej Tarkovskij, una ricerca basata sulle lezioni di regia del maestro russo stenografate presso il VGIK di Mosca, inedite e custodite presso l’ “Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij” a Firenze.

Per più di un anno, tra il 1990 e il 1991, è stato allievo di Tonino Guerra, che lo ha seguito nella scrittura del suo primo cortometraggio: La Regola del Sonno (1992).

Ha successivamente frequentato i workshop di sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico a Bari, di Fernando Solanas a Bologna, di Abbas Kiarostami a Palermo.

Nel 1993 realizza “Re Tarlo (per non morire)”, video/teatrale dello spettacolo di Marco Manchisi dedicato ad Antonio Neiwiller.

Tra il 1995 e il 1997 produce e dirige il film lungometraggio “KAPPA”, liberamente tratto dalla piéce teatrale di Mario Giorgi “KOPPIA”. Marco Sgrosso ed Elena Bucci sono interpreti sia della piéce che del film.

Dal 1998 Michele Fasano promuove il Seminario d’Ideazione e Realizzazione di un Film, nell’ambito del quale ha prodotto vari film corti e medio metraggi, su temi interculturali e sull’immigrazione, scritti dai suoi allievi, pubblicati in un cofanetto: “Storie fuori Porta”.

Nel 2000 realizza per Reggio Children srl il suo primo documentario “Non in un posto qualsiasi/Not just anyplace”, storia delle scuole per l’infanzia di Reggio Emilia.

Del 2004 è il documentario di creazione “Filo di Luce, Appunti per un film sul senso del luogo” racconto poetico sull’immigrazione di indiani punjabi sikh in Pianura Padana.

Nel 2005 fonda la SATTVA FILMS production and school srl e durante lo stesso anno frequenta il MAIAWORKSHOP, programma di formazione  per giovani produttori europei, promosso e sostenuto dall’Unione Europea.

Nel 2006  pubblica come editore il dvd del film “Filo di Luce” in abbinamento ad un libro che raccoglie due saggi di poetica (già apparsi sulla rivista Hortus Musicus) “Il Canto delle Cose. Note per un cinema dell’esperienza” e “Cinema di poesia come etica della convivialità” più un terzo saggio “Realtà, rappresentazione, poesia nel film di Luigi Ghisleri ‘La campagna cremonese 1971′”, film in 8mm restaurato, presentato nel dvd come contributo speciale.

Tra 2005 e 2009 realizza lo sviluppo del progetto filmico e la produzione del documentario di creazione “Il viaggio di Seth a Otranto”. Il film descrive i contenuti sapienziali, universalistici e pluralisti, del grande mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto, attualizzati alla luce di un viaggio nei nostri giorni attraverso l’orizzonte mediterraneo orientale a cui Otranto apparteneva quando il mosaico fu steso.

Il film è distribuito in dvd, allegato al volume “Otranto, il Mosaico, il viaggio di Seth” (di Michele Fasano, Laura Pasquini, Giovanni Barba) edito da Sattva Films. Nel volume, accanto a saggi sull’iconografia del mosaico sono presenti due articoli di poetica cinematografica: “La forma del film” e “Dall’esperienza alla forma del film”.

Nel 2009 produce il film cortometraggio di Lucia e Davide Pepe “Giardini di Luce”.

Nello stesso anno partecipa al MAIAWORKSHOP come tutor di un gruppo di studenti turchi, aspiranti producer europei.

Del 2011 è il documentario lungometraggio “In me non c’è che futuro” ritratto di Adriano Olivetti.                                                                 Prima parte: “Alle origini di un modello“; seconda parte “Il modello comunitario concreto“.

Il viaggio di Seth a Otranto

125 min.,  digitale,  colore,  stereo,  Italia 2009   ( dal sito ufficiale Sattva Films)

Presentato in Spagna all’ Ourense International Film Festival 2010 e in Italia nell’ambito della XXII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico – 2011, sezione speciale d’essai “Archeologia e Società” a Rovereto.

«… Me stesso più non riconosco. / Non sono né Cristiano, né Ebreo, né Mussulmano. / Non sono d’Oriente né d’Occidente, / né del mare, né della terra; / non provengo né dalla natura, né dai cieli. / Non sono di terra, né d’acqua, né d’aria, né di fuoco; / non sono né dell’empireo, né della polvere, / né dell’esistenza, né dell’essere; / non sono né d’India, né di Cina, né di Bulgaria, né di Saqsin, / non sono né del Regno d’Iraq, né del Paese del Khurāsān. / Non sono né di questo mondo, né di quell’altro, / né del Paradiso, né dell’Inferno, / non sono né di Adamo, né di Eva, / né dell’Eden, né del Rhizwan. / Il mio posto è d’essere senza posto, / la mia traccia, d’essere senza traccia; / non ci sono più né il corpo, né l’anima… / poiché io appartengo al soffio del Beneamato…»                                                                                                                                Mevlānā Jalāl al-Dīn Rūmī

Il documentario descrive i contenuti sapienziali del mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto e li attualizza tramite un viaggio nei nostri giorni, attraverso l’orizzonte mediterraneo orientale al quale Otranto apparteneva quando il mosaico fu steso. Lungo un itinerario che tocca Albania, Grecia, Turchia, Siria, Israele e Palestina, il racconto chiarisce, nelle sue ragioni profonde, come sia tuttora vivo il senso universale di quella radicale abolizione delle esclusioni che caratterizzava lo spirito cristiano delle origini: l’ammissione dei non ebrei e, a Otranto, dei non cristiani (ebrei e mussulmani), con le proprie originali esperienze di fede nella Signoria di Dio che agisce nel presente. Una summa teologica cristiana del XII secolo meridionale, che risente fortemente delle influenze della mistica islamica e di quella ebraica, in uno, della cultura mediterranea del tempo.

Sceneggiatura e regia: Michele Fasano; Testi di Husayn Mansûr

“Scarpantibus” ” Il parco di Rauccio “

Specchia della  “Milogna”

Percorso:  sentieri segnalati nel tratto boschivo e breve tratto sull’arenile tra Spiaggia Bella e Torre      Chianca.

Lunghezza percorso  ca. 8 Km

Dislivello: 0 m.

Prima di inoltrarsi nella fitta vegetazione del parco di Rauccio, per il trekking, i soci del Circolo Tandem si accingono a visitare il Centro Faunistico del Parco e l’acquaterrario che trovano posto nella masseria recentemente restaurata,  sede del WWF che qui svolge le attività di tutela e valorizzazione del parco. Qui sono accolte e curate, in particolare, tartarughe della specie Caretta caretta che presentano problemi di diversa natura. In una vasca era ospitata una tartaruga maschio della veneranda età di settant’anni (tanto che è stata chiamata “nonnetto”), ma priva di una pinna e di un occhio; in altre vasche separate due tartarughe molto più giovani tenute sotto osservazione dalla veterinaria del Centro, mentre un’altra tartaruga presentava problemi più gravi tanto che si temeva per la sua sopravvivenza. L’associazione Pro Natura Salento si occupa delle cure a questi esemplari nell’ambito del Progetto SOS Tartarughe  che è patrocinato dalla Provincia e dal Comune di Lecce e realizzato in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato, la Capitaneria di Porto, il Centro Sommozzatori di Lecce, la società Idroscalo Molo degli Inglesi, la Facoltà di Biologia Marina dell’Università degli Studi di Lecce e la Clinica di Chirurgia Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari che contribuiscono in maniera diretta nel monitoraggio del territorio, nei soccorsi, nella ricerca e nelle cure mediche. Una task force coordinata dall’associazione e sostenuta da Quarta Caffè Spa all’interno del suo Progetto Natura.  Lasciate le testuggini alle amorevoli cure degli addetti, il gruppo intraprende il percorso faunistico seguendo la colorata segnaletica che ne indica i sentieri nell’intrico del bosco.

Il Parco naturale regionale Bosco e paludi di Rauccio, esteso complessivamente su un’area di 1593 ettari, è un’area naturale protetta della Puglia, istituita nel 2002. Diciotto ettari di terreno sono occupati da una lecceta, testimonianza residuale della “Foresta di Lecce”, un’area boschiva che nel medioevo si sviluppava in un’area compresa tra Lecce, la costa adriatica, Otranto e Brindisi . Limitrofa alla lecceta, vi è una zona paludosa denominata specchia della Milogna che copre una superficie di circa 90 ha; vi sono, poi, due bacini costieri, Idume e Fetida, di circa 4 ha, zone di modesta estensione di macchia mediterranea, di gariga e, infine, un tratto di costa esteso circa 4 km. Da una tale vastità e varietà ambientale deriva una notevolissima ricchezza nella vegetazione. In particolare, nel fitto sottobosco della lecceta, crescono il lentisco, l’ilatro, l’alaterno, il mirto o ancora la salsapariglia e il caprifoglio mediterraneo. Tra le specie rare presenti nel parco sono da segnalare, inoltre, la presenza dell’orchidea palustre e, soprattutto, della periploca maggiore, specie a rischio di estinzione. Altrettanto varia è la presenza faunistica. Negli acquitrini che si formano nelle radure del bosco, è possibile osservare anfibi, quali il tritone italico, il rospo smeraldino, la raganella italica ed il tasso. Il parco è anche un sito di sosta per l’avifauna migratoria. Nella stagione primaverile vi stazionano upupe e tortore, mentre talvolta durante l’ inverno, nel bacino dell’Idume è stata rilevata la presenza del cigno. Alcuni capanni posti come punti di osservazione consentono di ammirare la fauna presente. Nell’area del parco, inoltre, si annoverano alcune emergenze architettoniche di rilevanza storico-artistica. Lungo il litorale vi sono due delle torri di avvistamento che, a partire dal Medioevo, erano edificate a scopo difensivo contro i Turchi; si tratta di Torre Rinalda, ormai diruta, e di Torre Chianca. Nella zona interna poi, insistono le masserie Barone Vecchio, risalente alla metà del XVI secolo e il complesso masserizio di Rauccio del XVII secolo, costituito dalla masseria, dalla Torre colombaia e dalla Cappella, della quale rimangono poche tracce.

Il Bacino dell’Idume, è un bacino artificiale realizzato come opera di bonifica in cui confluiscono le acque di alcuni corsi d’acqua canalizzati, fra i quali il fiume Idume. È situato nel comune di Lecce lungo la costa delle marine di Frigole e Torre Chianca. Il bacino d’acqua è completamente occupato da una vegetazione sommersa di alghe e brasca a foglie opposte. Nelle aree circostanti sono presenti fittissimi canneti di palude e talvolta è frequente anche il narciso nostrale. Di particolare rilevanza è l’interessante vegetazione di steppa salata con salicornia strobilacea. Dopo una breve pausa per recuperare le energie con uno spuntino frugale, il gruppo torna al punto di partenza e, in macchina, si dirige alla volta della vicina Torre Chianca per ammirare il mare adriatico che in quel tratto di costa si tinge di turchese e verde smeraldo.

Lecce 25 marzo 2012                                                                la redazione

” Scarpantibus” … tra storia e leggenda

Percorso: alternanza di tratturi tra pietraie e sterrato semi-avventuroso.

Lunghezza percorso: 10 Km

Dislivello: 50 m

In una cornice tra storia e leggenda i soci del Circolo Tandem si ritrovano domenica  26 febbraio  2012 nell’insenatura naturale di Porto Badisco per il trekking in programma.

Porto Badisco è un piccolo gioiello della costa adriatica salentina, prezioso e incantevole ritrovo, che va custodito come fosse un diamante. La rarità del luogo è dovuta alle sue caratteristiche naturali e ambientali che fanno di Porto Badisco uno dei rari tratti di costa alta, ancora integra, del territorio nazionale. Il sito presenta chiari fenomeni carsici ed erosivi, calette di straordinaria bellezza, come ad esempio la Marmitta dei Giganti, per non parlare della caratteristica flora e della fauna presenti sul territorio. Il piccolo porticciolo naturale è un luogo ricco di storia, di cultura e, ovviamente, di rarità ambientali. Il mare di un colore blu intenso attrae nei suoi giochi di colore con il bianco della costa frastagliata. Nell’entroterra si scorgono avvallamenti ricoperti da ricca vegetazione appartenente alla macchia mediterranea ed è così che l’essenza del mirto, della salvia e del timo si mescola all’odore del mare creando un’atmosfera affascinante che dona pace interiore. La leggenda narrata da Virgilio nella sua Eneide vuole che il porticciolo sia stato la prima sponda adriatica che Enea raggiunse nel viaggio che da Troia lo portò fino in Italia.

La storia invece riporta le origini dei primi stanziamenti umani molto indietro nel tempo. Partendo da Porto Badisco, costeggiando  il mare  su uno sperone di roccia si notano in lontananza le tre “Pajare”  che  determinano l’entrata  alla grotta dei Cervi. Questa è una terra ricca di storia,  gli uomini sapiens sapiens osservando il mare, con la sua bellezza travolgente, avranno pensato che quello doveva essere il luogo in cui lasciare le tracce della loro esistenza, in cui le bellezze naturali si mescolavano ai dubbi e ai misteri della loro vita. La grotta, che rappresenta un antichissimo complesso ipogeo risalente a circa quattro millenni orsono, pare sia stata il primo luogo di riferimento dei più risalenti abitanti del posto. In essa probabilmente trovavano rifugio le popolazioni di agricoltori e cacciatori che in epoca antica popolavano la zona. A testimoniare la presenza dell’uomo, numerosi reperti archeologici come, ad esempio, gli importanti dipinti ritrovati sulle pareti della grotta. Questi preistorici murales rappresentano iscrizioni, scene di caccia, riferimenti paesaggistici, importanti tracce lasciate quasi per stupire i posteri e far sì che vi sia un file-rouge tra il presente e il passato. Costeggiando la recinzione che delimita l’importante sito archeologico, il gruppo si dirige alla volta della torre di Sant’Emilano. Per  essere una giornata invernale, alcuni elementi  naturali, come i verdi prati macchiati da numerose  pratoline  dimostrano  l’incalzare della primavera. Quello che si prospetta alla nostra vista in prossimità della Torre di Sant’Emiliano è un paesaggio inconsueto, in cui sul brullo promontorio  sormontato da una torre semi  diruta, si inerpicano,  percorrendo tra pietraie tratturi in ripida salita, mandrie di pecore  che muovendosi lentamente  divengono un tutt’uno con la roccia, tanto che diviene  quasi difficile individuarle.  A volte  escursioni come questa  lasciano un segno,  un ricordo indelebile qualcosa di straordinario che colpisce la fantasia e le emozioni, il pensiero alle scene di caccia della grotta dei Cervi. La torretta, di cui oggi non resta che un rudere, giacché l’edificio è in parte crollato anche e soprattutto per via dello stato d’abbandono e per l’erosione del mare, campeggia su uno sperone alto e roccioso della costa e pare dominare l’intero territorio sottostante. La torre rappresenta, forse, la più antica della serie di torri costiere fatte costruire a difesa del territorio, nei periodi bui, in cui il Salento era mèta di pirati e saccheggiatori di ogni genere che facevano tappa nei borghi più vicini alla costa per rifornirsi di cibo e bevande.

Torre Sant’Emiliano fu costruita nel XVI secolo, durante il regno di Carlo V e, come le altre torrette costiere, aveva una funzione difensiva; essa comunicava visivamente a nord con il faro di Punta Palascia, meglio conosciuto come il faro di Capo d’Otranto, e a sud con la Torre di Porto Badisco. Dai ruderi ancora visibili s’intuisce che la torre fosse stata costruita con pietre irregolari, su una base troncoconica con lieve scarpa e con un diametro di circa 9 metri; anche da queste informazioni si può ben capire la sua datazione che, appunto, risale al XVI secolo circa. Attualmente la torre è in un cattivo stato di conservazione ma è ancora visibile in parte e conserva una porta di accesso. Ciò nonostante, il luogo è mèta di visite di abitanti locali ma anche di turisti conoscitori del territorio, giacché il panorama del quale si può godere dal punto in cui essa sorge è, a dir poco, mozzafiato. La costruzione, infatti, pare troneggiare su una baia molto vasta, circondata da acque limpide e cristalline che al loro interno vedono sorgere un isolotto che pare più un fazzoletto di terra che una vera e propria isola. La particolarità del luogo sta nel fatto che mettendosi al centro dell’insenatura della baia, si gode di un panorama naturalistico senza eguali: una spiaggia infinita si apre innanzi agli occhi, donando un forte senso di pace allo spettatore di questo spettacolo che solo la natura incontaminata può regalare.

Dopo le foto di rito ci si dirige alla volta della Masseria Cippano di cui si scorge in lontananza il nucleo centrale dalla caratteristica tipologia della casa a torre. E’ una delle più belle e interessanti masserie fortificate del Salento. La sua costruzione risale al tardo 500 e fa parte, come le torri, del sistema difensivo salentino della fine del Medioevo. E’ dotata di un piano rialzato, completamente separato e inaccessibile dagli altri locali e con caditoie di difesa, permetteva agli abitanti di resistere in attesa che qualche soldato giungesse in aiuto dai centri vicini. Nella masseria, poi, c’era tutto il necessario per sopravvivere; infatti, oltre ad un certo numero di cisterne esterne, la casa era rifornita di acqua da alcune cisterne accessibili esclusivamente dall’interno, utili in caso di assedio. L’abitazione era anche dotata di silos per la conservazione delle derrate e, sempre internamente, si trovavano le cellette per i colombi, utilizzati per spedire messaggi o, anche, per la carne e per la colombina che era impiegata come fertilizzante. Sulla via del ritorno i soci del Circolo Tandem hanno la gradita sorpresa di imbattersi in un personaggio intento ad addestrare alla caccia un bellissimo, maestoso e inesperto falco, che con le sue circolari evoluzioni  ci porta ancora più lontano in cui il passato ed il presente  si mescolano. Un’ultima tappa vede il gruppo alla Marmitta dei Giganti, già citata più sopra,  che rappresenta un singolare fenomeno di erosione marina o, con un po’ di fantasia, uno strano gioco praticato da  Nettuno, forse, per ingannare il tempo.

dalla redazione: articolo a 4 mani

Scarpantibus: I laghi Alimini – 2 febbraio: giornata delle zone umide.

La Baia dei Turchi e i Laghi Alimini:  Oasi protetta a pochi km da Otranto
Il trekking si snoda su un percorso di 10 km ca. quasi tutto pianeggiante con un dislivello massimo di 30 m. Prevede il passaggio dalla Baia dei Turchi e il periplo dei Laghi Alimini.
La baia dei Turchi, a pochi chilometri a nord di Otranto, è il luogo dove, secondo la tradizione, sbarcarono i guerrieri turchi nel corso dell’assedio alla città di Otranto del XV secolo (battaglia di Otranto). Sabbiosa ed incontaminata, la baia appartiene alla pregiata Oasi protetta dei Laghi Alimini, uno degli ecosistemi più importanti del Salento e della Puglia. La Baia dei Turchi e la zona dei Laghi Alimini sono classificate come Sito di Importanza Comunitaria (SIC). Nel gennaio 2007 il Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) ha inserito la Baia dei Turchi tra i primi 100 luoghi da salvare in Italia (grazie alle segnalazioni ricevute in occasione della terza edizione dell’iniziativa “I luoghi del cuore”). Nel gennaio 2009, in occasione del nuovo censimento, il FAI ha comunicato che le segnalazioni pervenute hanno condotto la Baia dei Turchi al 12º posto nazionale (primo nella regione Puglia) nella classifica dei luoghi del cuore.
Il  nome Alimini  deriva dal greco limne  che significa lago, stagno, i laghi sono due: Alimini Grande ed Alimini Piccolo, il primo costituito da  acqua salata collegato direttamente al mare tramite un canale, il secondo  di acqua dolce. Originariamente erano collegati tra di loro  da uno stretto canale di circa 1 km, chiamato “lu strittu”  in seguito chiuso onde evitare  che il lago Piccolo diventasse eccessivamente salato. I laghi  di origine Mesozoica si sono formati tramite il lavoro  erosivo delle  acque del mare  avvenuto  col passare dei millenni. Alimini Grande è  lungo circa 2 km e mezzo  e la sua profondità  raggiunge i 4 metri, è popolato da fauna tipica marina. Alimini Piccolo è alimentato da sorgenti di acqua dolce che scorrono come piccoli torrenti, i quali si scorgono lungo il tragitto, è lungo circa 2 km e le sue acque sono profonde circa un metro e mezzo. Tutto intorno si sviluppa una vasta zona umida ricca di canneti e piante tipiche lacustri in cui volatili di passo e non nidificano trovando il loro habitat naturale e privilegiandolo ad altri posti. La macchia mediterranea e la pineta, ricca di un sotto bosco fitto con sentieri difficilmente percorribili poiché impervi, fanno da contorno e da scenario, con  colori tipici autunnali, a questi stupendi laghi ispirando e riportando alla mente antiche immagini di quadri impressionisti altamente suggestivi.
Considerata  Zona di Protezione Speciale, è luogo  d’interesse floro–faunistico  importantissimo poiché accoglie svariate specie protette di volatili tra le quali gli aironi, vari tipi di anatridi, moriglioni, folaghe…
Il tempo non è stato clemente con noi … e nel mezzo del cammin… siamo stati  sorpresi  da una pioggerellina  fitta e costante.  Alla prossima !!!        29.gennaio.2012

Il 2 febbraio è il World weatlands day, la giornata mondiale delle zone umide, che celebra la data dell’adozione della Convenzione sulle zone umide che prende il nome dalla città iraniana di Ramsar, dove fu approvata il 2 febbraio 1971 e che attualmente permette di salvaguardare 1.912 aree in tutto il mondo che si estendono su 187 milioni di ettari.

Dal museo della radio al museo della civiltà contadina. Tuglie

Quando domenica 4 dicembre i soci del Circolo Tadem si sono ritrovati a
Tuglie, per una visita guidata in programma, nessuno dei partecipanti poteva
immaginare quale “gioiello” fosse racchiuso all’interno della cittadina
salentina.
Il Museo della Radio merita appieno l’appellativo che più sopra ho usato. Ad
accogliere il gruppo davanti al portone d’ingresso del Museo una cordialissima
guida, che si è scoperto, in seguito, essere il collezionista-curatore della
mostra, in quanto gli oggetti esposti rappresentano il frutto di quarant’anni
di ricerche che gli hanno consentito di allestire, supportato dall’
Amministrazione, un museo di tale importanza che travalica, per la mole di
materiale esposto, i confini del piccolo centro del Tacco d’Italia.
Dopo una breve introduzione sulle vicende che hanno portato alla creazione del
Museo, la guida ci ha descritto una delle prime invenzioni presenti in una
delle numerose teche – che fanno bella vista di sé anche nell’arredo – la pila
di Volta: a dimostrazione della capacità inventiva dei nostri più illustri
scienziati del passato. Seguendo un itinerario cronologico che ci ha portato
alle più recenti invenzioni in tema di radio e tele- comunicazioni, partendo
dal primo telegrafo che la guida ha messo in funzione con una breve
trasmissione in alfabeto Morse, sottolineando come la maggior parte delle
apparecchiature siano perfettamente operative e che questo aspetto rappresenta
un “valore aggiunto” della corposa collezione del Museo Tugliese.

 


Terminata la visita al Museo della Radio, non senza essersi complimentati per
l’accuratezza e completezza della raccolta, il gruppo ha proseguito – preso in
consegna da un’altra guida – con la visita di un insediamento rupestre e del
Palazzo Ducale che accoglie, in alcune sale, il Museo della Civiltà Contadina.
Conserva in 16 sale una cospicua raccolta di testimonianze della civiltà
contadina dal XVII secolo alla seconda guerra mondiale. Sono esposti gli
attrezzi di lavoro del contadino, del falegname, del bottaio, del fabbro, del
maniscalco, del carpentiere, oggetti di uso quotidiano e giochi dei bambini. In
un ambiente, adibito a lavanderia, sono raccolti gli oggetti tipici che
servivano per il bucato in tempi non molto lontani e che alcuni dei
partecipanti non hanno avuto difficoltà a riconoscere: “lu cofanu”, “li
llaturi”, “le pile”, “lu sapune”, ecc. In altri ambienti oggetti di vario
genere e attinenti a diverse attività lavorative esposti in realtà un po’ alla
rinfusa, così come anche la guida ha tenuto a precisare a causa della mancanza
di fondi.
Nell’ultima sala oggetto della visita, che definirei “La sala del Camino” per
la presenza ovviamente di un enorme camino, si era tenuta poco prima dell’
arrivo dei Soci del Circolo una conferenza su: “DEGUSTAZIONI ED ITINERARI
ENOGASTRONOMICI” con l’assegnazione dell’ Oscar alla Creatività,
all’Agriturismo Bernardi e al museo della civiltà contadina di Tuglie. Giuseppe
Bernardi, proprietario dell’omonima struttura ricettiva si dedica alla
bachicoltura per aiutare i bambini disabili. La sig.ra Bernardi, vedendo il
gruppo fortemente interessato a questa coltura, ne ha illustrato i tratti
salienti iniziando così: “Il baco da seta è un insetto che da adulto presenta
un aspetto completamente diverso da quello iniziale, per cui completa il suo
ciclo attraverso gli stadi di uovo, larva,crisalide,farfalla.
Giuseppe ripone le uova in un’incubatrice e i piccoli fagi crescono – in 30
giorni – di 8mila volte sia in termini di peso che di volume. Li copre con erba
secca e impiegano 3 giorni a costruire il bozzolo. Dopo 8/10 giorni bucano il
bozzolo e fuoriescono le farfalle che sopravvivono solo per 3 giorni.
Giuseppe Bernardi, aiutato dai bambini, immerge i bozzoli in acqua calda e
attraverso uno spazzolino e un arcolaio inizia la ricerca del bandolo della
matassina e iniziano a filare un filo lunghissimo, con la gioia e lo stupore
dei bimbi che scoprono che ogni bozzolo è costituito da un unico filo lungo 1
chilometro e mezzo”.

” Scarpantibus ” verso il lago di Bauxite

 Paesaggi marziani …….

Partiti dalla Chiesa dei Martiri di Otranto, luogo d’incontro, per il trekking
in programma, i soci del Circolo Tandem con l’esperta guida Paola, si dirigono
lungo una stradina in leggera salita alla volta della Torre del Serpe.
La Torre del Serpe (o Torre dell’Idro) è una torre di avvistamento sulla costa
salentina nei pressi di Otranto.
Si ritiene che la sua costruzione risalga al periodo romano e che la torre
avesse la funzione di faro, fu restaurata in età federiciana in seguito ad un
potenziamento strategico voluto dallo stesso Federico II. Il nome è legato a
un’antica leggenda che racconta di un serpente che ogni notte saliva dalla
scogliera per bere l’olio che teneva accesa la lanterna del faro. Un’altra
leggenda narra che pochi anni prima della presa di Otranto nel 1480 i saraceni
si erano diretti verso la città salentina per saccheggiarla, ma anche in
quell’occasione il serpente, avendo bevuto l’olio, aveva spento il faro. I
pirati senza punti di riferimento passarono oltre e attaccarono la vicina
Brindisi.
“Quella torre sta lì, in piedi per miracolo, soltanto per far paura alla
gente. E’ il simbolo della città, forse è quella che si può vedere sullo
stemma. Ma è il simbolo autentico: una parte di torre vera, visibile,
esistente, l’altra fantasma, invisibile. Riguardo al serpente, non c’è più olio
da bere”. (da: Otranto di Roberto Cotroneo)
Rientra nella categoria delle torri a base circolare e forma tronco-conica:
parzialmente diroccata, è visibile una sola parete e la scarpa, ovvero
l’ampliamento del basamento per dare una maggior superficie di appoggio alle
murature che si ergono in altezza. Questa torre è costantemente presente
nell’immaginario di questi luoghi, tanto da essere entrata nello stemma della
città di Otranto dove è rappresentata con un serpente nero che l’avvolge.

Dalla Torre del Serpe, il gruppo si dirige alla volta della cava abbandonata
di bauxite la cui  attività di estrazione è stata attiva dal 1940 al 1976 per
la produzione dell’alluminio. Si possono, infatti, notare, lungo le pareti
della cava e tutt’intorno, i noduli del minerale che, frammisti al terreno
ricco di minerale ferroso, danno alla zona una colorazione di un rosso cupo che
richiama paesaggi marziani. Le acque meteoriche col tempo hanno riempito l’
invaso formando un laghetto di tipo montano. La miniera, a cielo aperto, non è
stata sottoposta a processo di recupero ambientale, e lo scavo è stato riempito
dalle acque naturali. Si è così creato un piccolo ecosistema lacustre, che
costituisce un efficace esempio di ri-naturalizzazione spontanea di un ambiente
antropizzato. Lo spettacolo unico della cava di bauxite lascia il posto alla
Baia dell’Orte, quel tratto di costa a sud di Otranto che si estende da “Punta
Facì” a “Punta Palascia”, estremo lembo orientale d’Italia. Il mare
cristallino, le rocce a tratti inaccessibili, le pinete e la macchia
mediterranea retrostante così come la rassicurante quanto selvaggia presenza
dello storico faro della Palascia (recentemente ristrutturato), ne fanno uno
tra i posti più spettacolari del Salento. Il percorso si presenta accidentato
tra la vegetazione, a tratti ridotta a sterpaglie rinsecchite e bruciacchiate,
e stretti sentieri sulle pareti di roccia a picco sul mare alla volta della
Torre della Palascia. Dopo una breve sosta per il picnic, il gruppo però, viste
le condizioni meteo che minacciavano un’imminente pioggia, decide di tornare
sui propri passi, rimandando la visita della Palascia in primavera. Una volta
tornati alla Chiesa dei Martiri, alcuni soci decidono di raggiungere in
macchina Torre Pinta per una visita fuori programma di un luogo tanto
misterioso quanto affascinante.

Torre Pinta
A poca distanza da Otranto, immersa negli uliveti secolari di quella che viene
detta la “valle delle memorie”, su un rialzo collinare del terreno c’è “Torre
Pinta“.
“Sapete come rimbomba il cuore quando ci si china per entrare nello stretto e
basso corridoio dell’ipogeo che sta a Torre Pinta? Al centro della valle delle
Memorie, a un paio di chilometri soltanto dalla città, ma in un luogo che pare
isolato da tutto. Il cuore si fa vivo all’improvviso, accelerando i battiti,
facendo pulsare le vene dei polsi fino a sollevarle”. (da: Otranto op. cit.)
L’IPOGEO
La torre sorge su una struttura ipogea (sotterranea) di forma circolare
scavata nella roccia di cui la torre è il prolungamento verso l’alto. La camera
ipogea sotto la torre è raggiungibile attraversando una galleria (dromos) che è
alla base della collinetta su cui sorge la torre. Per quanto riguarda l’ipogeo
ha una pianta a croce latina di cui la galleria, lunga 33 metri, è il braccio
lungo. Entrando dalla galleria si apre un modesto vano circolare con un camino,
e da qui 3 piccoli ambienti con volta semicircolare che sono i bracci corti
della croce latina. Anche il vano aveva una volta che è crollata nel 1700 ed è
stata fu sostituita dalla torre colombaia. La funzione della struttura è
incerta. Molto probabilmente il complesso nel tempo ha modificato la sua
struttura e il suo utilizzo. Secondo l’ipotesi più accreditata la struttura ha
origine messapica, infatti, vi è un forno che poteva essere utilizzato per la
cremazione o per i sacrifici e molte piccole celle (anche nel dromos) che
potevano essere urne. Di certo su questa struttura si sa che era su un terreno
amministrato dal vicino Monastero di Casole.

P.N.G.                      18.12.2011

Percorso: alternanza di strade asfaltate e sterrato semi-avventuroso.
Lunghezza percorso: 15 Km

 

" Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi" M.Proust

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