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La storia siamo noi – 20 Febbraio 1743

“ Nel giorno di Mercoledì 20 febbraio 1743, giorno più tosto estivo che d’inverno, a circa l’ore 23 nell’occasione,  si suscitò un vento galiardissimo che fece stupire ognuno e intimorire, poiché pareva che per l’aria correvano centinaia di carrozze unite, tale era lo strepitio, s’offuscò l’aria, e pareva che mandasse fuoco, l’acque nè pozzi saltavano, e si riconcentravano;  si oscurò il sole e sopra le 23 traballò per causa d’un tremuoto”…

Era l’ultimo giovedì di carnevale, così giunse il terremoto inatteso e spaventosamente lungo, alcune testimonianze parlano di sette minuti, il terremoto lo sentirono  a Lecce , propagandosi in tutta la provincia, testimonianze  giungono da Racale, Seclì, Copertino, Leverano,Veglie, Nardò. Fu  anche avvertito in molte regioni dell’Italia meridionale.

La scossa fu così violenta che le genti così atterrite dal muoversi delle pareti che barcollavano, tentennavano  e fuggivano senza saper dove… Le maschere in giro pel carnevale prese da superstizioso terrore, si spogliavano delle vesti, scappavano a torme, si nascondevano….”

sismografo

 

Leverano

Del terremoto del 1743,  di certo sappiamo che Leverano subì seri danni. Sicuramente, dopo Nardò fu il paese con il maggior numero di edifici distrutti, mentre Nardò il maggior numero di vittime.   Possiamo asserire da quanto si evidenzia dall’Archivio Storico che la Chiesa Matrice fu distrutta, ma non solo essa, difatti da come viene evidenziato in alcuni documenti fu il luogo in cui  maggiormente rimasero danneggiati gli edifici.

“Le sorelle Donata e Domenica Perrone furono costrette a chiedere ospitalità in “aliena casa”, fino a quando, con il ricavato  della vendita di alcune loro terre, a don Gabriele Gorgoni, canonico della Collegiata, non riuscirono a ripararla. Anche i fratelli  Zagà ( Rosamaria, Giuseppe, Lazzaro, Paola e Vito) i quali dimorando in Nardò, cedettero sempre, al solito canonico, la loro casa sita in un luogo di nome “Musca”, non potendo permettersi di ripararla. I coniugi Vito ed Angela Mazzarella, dovettero vendere a don Gabriele  alcune terre , per poter riparare la loro abitazione. Petronilla Grande, di San Pietro in Lama, vedova di Giovanni Angelo Vitale, acquistò dieci alberi di olive dai coniugi Luigi Rodi e Francesca Gentile, i quali poterono reperire la somma di denaro utile per la ricostruzione della loro casa. Un tal  Vito Mazzarella decise di vendere, la sua “casella diruta” sita in luogo  San Marco, a Pascale  Tramacere.”  I danni maggiori  furono subiti dalla  “vecchia” chiesa matrice, la quale si trovò semi distrutta e totalmente inagibile. Il Capitolo fu costretto ad officiare nella cappella di S. Maria, in attesa che “si prendesse qualche opportuno spediente” per la ricostruzione della chiesa. Il popolo leveranese aveva introdotto una tassa di “un carlino a tumolo” sopra la farina per poter ricostruire la Collegiata, il canonico don Pietro Goffreda, per non essere da meno del popolo, impose la medesima tassazione al clero.

  Inoltre considerando che per due anni sarebbero venute meno le spese per le prediche da effettuare in Avvento e Quaresima, le spese per l’organista e l’organizzazione delle feste, i soldi risparmiati avrebbero contribuito al progetto di riedificazione. L’arciprete Cosimo Marcucci seguì tutti i passaggi della ricostruzione e nel 1747, venne collocata una epigrafe al disopra  della porta d’accesso, nell’interno. L’Arcivescovo brindisino mons. Maddalena aveva stabilito, che ogni giorno alla stessa ora in cui vi era stato il disastroso terremoto si recitassero tre Pater al Santo Protettore.

  “ 3 maggio 1744 – fu conchiuso, precedente l’assenso Apostolico e consenso dell’Ill.mo nostro Prelato….applicare alla detta fabbrica circa ducati due cento settanta già maturati da alcuni Legati pii, e quanto maturerà insino alla rifattione di detta Chiesa…”. Per l’assistenza alla fabbrica furono date le facoltà ai Sig.ri Dott. D. Francesco Can. Greco e D. Nicoltò Can. Civino, “ quali uniti con  li Sig.ri Deputati dell’Università, dovessero concordare assistere, ordinare e disporre il tutto…”

Si raccomandava poi ai Sig.ri Arciprete e Procuratore Generale pro tempore che dovessero vigilare assistere e cooperare per l’adempimento di detta fabbrica, e il Sig. Arciprete abbia il pensiero di procurare elemosine e quelle che li perverranno le debba subito consegnare al Canonico Tesoriere, con distinta nota di dette persone . Inoltre da documento si evidenzia che anche i Congregati del SS. Rosario, in data 26 Luglio 1744, stabilirono “ dare di loro méra e libera volontà docati settantacinque per aiuto del fabbrico di questa Collegiata, per rovina sortitali dal terremoto, per potersi  riedificare e non vedersi questa povera terra languire, senza che i fedeli avessero dove andare a fare i sacri e divini uffici”…..

Dei Canonici menzionati sappiamo:

Can. Francesco Greco  1713  + 17?                                                                                          

 Benefattore munifico della Collegiata, che dotò di suppellettili e arredi  sacri. Fondò un vistoso Legato in favore della Confraternita del Sacramento e promosse la proclamazione di San Rocco a patrono di Leverano.

Can.CosimoMarcucc1740+1773                                                                                               

   Nativo di Veglie e officiale della Curia Diocesana, ottenne l’Arcipretato in seguito al concorso fatto in Roma . Molto si prodigò per la ricostruzione della Chiesa  dopo il crollo del 1743

Curiosità

. B.A.B. (Cr. 47)

Leverano, 21 febbraio 1744 – Il canonico Nicolò Civino querela criminalmente il canonico Giovan Giacomo De Castro per ingiurie ricevute in seguito al rifiuto manifestato di vendere a privati un pezzo di carparo di proprietà del capitolo.

Agli inizi del 1744 viene completata la riparazione del trappeto del capitolo danneggiato dal terremoto del 20 febbraio 1743; al termine dei lavori rimane non utilizzato un pezzo di carparo del valore di 7 carlini e mezzo:  un privato cittadino chiede al procuratore generale del capitolo D. Giuseppe Perrone di comprare detto pezzo; il Perrone appena ricevuta l’istanza, convoca il capitolo perché si pronunci sul da farsi in quanto il pezzo di carparo appartiene a tutti i capitolari che hanno sostenuto la spesa per la riparazione del trappeto; nel corso della seduta non si riuscì ad ottenere il voto unanime per la vendita al privato cittadino perché alcuni canonici volevano destinare il pezzo di carparo alla ricostruzione della chiesa matrice pure crollata a causa del terremoto; la reazione dei sacerdoti che lo volevano vendere fu violenta perché non intendevano in alcun modo fare beneficenza, cioè destinare gratuitamente il pezzo di carparo alla ricostruzione della chiesa, e pertanto si dovette ricorrere alla ballotta, il cui esito fu a favore di quanti non la volevano vendere a privati. Ne segue un forte litigio fra i canonici……

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Anche a Veglie il terremoto del 20 febbraio 1743 fece molti danni agli edifici ma in misura minore rispetto a Leverano; guardando lo stato delle anime di quel periodo si nota come la popolazione di Veglie nel 1743 sia aumentata sensibilmente, sicuramente per ospitare momentaneamente a Veglie parenti e amici che avevano subito danni alle loro abitazioni in Leverano;

Dopo il 1743 la popolazione vegliese ritorna ad essere quella di prima.

Dallo Stato delle Anime di Veglie:

anno abitanti
1737 1.624
1738 1.601
1739 1.620
1740 1.596
1741 1.595
1742 1.578
1743 1.703 terremoto
1744 1.542
1745 1.571
1746 1.587
1747 1.480
1748 1.601
1749 1.613

 

terremoto nardò

Nardò

”Una cronaca di questo evento la si trova negli atti notarili del notaio De Carlo:

“[…] Nel giorno venti di febbraro mille, settecento, quaranta, trè, giorno di mercoledì a ore ventitré e mezzo correndo la sesta indizione, e la domenica di sesta cresima, successe un ferissimo tremuoto, che durò secondo la comune, sette minuti, e rovinò dalle fondamenta la Città di Nardò senza che fusse rimasta abitazione alcuna che no fosse ruinata […] padre V. Gregorio Armeno, la di cui statoa di lecciso esisteva sopra il pubblico sedile nella piazza nell’atto, che la terra vi scoteva, invocato dal popolo scivolò visibilmente verso ponente, dà dove vi sorse il detto tremuto, e con la mano, e la mano che prima steva in atto di benedire, ora si vede tutta aperta ed in atto, che impedisce il travello. E continuò a star voltata verso il detto vento di ponente. Avendo perduto la mitra, che era tirata à tutto un pezzo con la statoa, ma no già lo pastorale. Cascarono poi le statoe di S. Michele e S. Antonio, che tenevano in mezzo detta statoa di esso San Gregorio”

I danni riportati dalla città di Nardò furono ingenti e il numero di strutture distrutte o danneggiate elevato. In particolare subirono gravi lesioni la Cattedrale e il campanile, il Seminario e il Sedile. La chiesa di San Francesco da Paola crollò completamente mentre la Chiesa del Carmine, il Palazzo di Città, la Chiesa di Santa Teresa, la cupola della Chiesa del Conservatorio della Purità, la Chiesa di Santa Chiara e dell’Incoronata subirono crolli di varia entità.  Ingenti furono i danni riportati dalla Chiesa di S. Maria de Raccomandatis, il suo campanile e l’annesso Convento dei Domenicani.

Liber-mortuorum-Nardò

 Il numero dei morti riportato nel Libro dei Morti della chiesa Cattedrale è di 112 vittime. Il Liber mortuorum della cattedrale riporta 112 persone sepolte, ma occorre tener conto che non fu possibile estrarre dalle macerie tutte le vittime e che nei registri della mortalità non venivano considerati i bambini di età inferiore a 2 anni. In altri testi si fa riferimento a  150 morti.

 

* Le ore 23,30, secondo il computo delle ore effettuato nell’epoca corrispondono all’incirca alle ore 4,30 pomeridiane. Secondo il Rubino, che si rifà ad una tavola oraria inserita nelle Costitutiones Synodales editae ab Horatio Fortunato Episcopo Neritonen, del 1682, alla data tra il 19 e il 24 febbraio, le 23,30 corrispondevano alle 17,15 locali. Di  conseguenza, erroneamente qualcuno ha pensato che l’orario facesse riferimento alle attuali 23,30, ma effettivamente si notava una discrepanza nella descrizione e nelle testimonianze.

Angela Durante

Si ringrazia per la collaborazione  Antonio De Benedictis e Cosimo Dell’Anna.

 

Bibliografia

Ennio De Simone –  Vicende Sismiche Salentine –    Ed. Del Grifo  1993

Don Salvatore Vantaggiato  – Spigolature sulla Colleggiata di Leverano-  1991

Giuseppe Barletta- Leverano e i suoi docuenti –  Ed. Salentina  1985

 

 

logo parco (2)

 

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La storia siamo noi – Geronimo Marciano junior

 

 

Geronimo Marciano, junior ,  sacerdote, poeta dialettale, e …

(Maruggio c.1647, Manduria 1714)

                                                                                                   di Antonio De Benedictis

Geronimo Marciano, sacerdote di Salice, generalmente noto come Lu Mommu de Salice, “Il Geronimo di Salice Salentino”, deve la sua notorietà, anche se sminuita dal suo paesano L. Quarta,[1] al poemetto “IL VIAGGIO DE LEUCHE”, ritenuto il più antico testo poetico dialettale salentino. Scritto tra la fine del 1600 e i primi anni del 1700 il poemetto è la  narrazione pittoresca in ottave di un viaggio di devozione da Salice al Santuario di Santa Maria di Leuca compiuto dal Mommu de Salice e da altri tre sacerdoti suoi amici; una copia del poemetto venne rinvenuto fra le carte di Giuseppe Pacelli, grosso erudito manduriano, da Michele Greco, direttore della biblioteca civica “Marco Gatti” di Manduria in un manoscritto miscellaneo settecentesco di varie mani, e lo fece subito conoscere (M. GRECO, Lu “Mommu de Salice” e il suo “Viaggio de Leuche” a lengua noscia de Rusce, in “Rinascenza salentina”, III, dic.1935, nn.5-6, pp253-266). A margine della copia esistente nella biblioteca di Manduria è annotato che il Viaggio è stato “rinuatu mpiersu li Scegnu di Casaleneu”, cioè “rinnovato” (rielaborato, ritoccato), presso il cosiddetto “Fonte Pliniano” (Scegnu)[2] di Manduria; questa rivisitazione è stata fatta dallo stesso Marciano, tra il 1711 e il 1714, periodo durante il quale si trovava esiliato nel convento dei Cappuccini di Manduria situato nelle vicinanze del Fonte Pliniano.

fonte

Tuttavia l’oggetto di questa indagine non è l’opera del Marciano bensì lo stesso Marciano personaggio del quale finora si conosceva molto poco della sua vita e quel poco che si conosceva spesso era contraddittorio stante l’assoluta mancanza di documenti cui poter fare riferimento; l’aver rinvenuto nell’archivio storico diocesano della biblioteca arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi, alcuni documenti che lo riguardano, ci consente di conoscere più da vicino questo personaggio eccentrico, nipote del più famoso Geronimo Marciano, medico e filosofo leveranese, dal quale aveva ereditato la vocazione letteraria.

 

Geronimo Marciano, figlio dell’AMD Luca Giovanni Marciano (Copertino 1588, Leverano 1656) e della nobildonna Isabella Mavaro (Salice ?, ivi 1677), nasce intorno al 1647[3] a Maruggio dove il padre, medico, si era trasferito sin dal 1613 in occasione del primo matrimonio contratto con Livia Palmarici. Da subito il piccolo Geronimo viene avviato alla carriera ecclesiastica; il  27 novembre 1654 i genitori, con atto del notaio Scipione Forte di Salice, gli donano tutti i loro beni consistenti in diversi tomoli di terreno,  più 150 alberi di olivo, e, inoltre, “le casamente in questa Terra di Salice con camere, puzzo, curti, palmento, cortiglio, e tutti altri suoi membri ut iaceant, con tutti li suppellettili di casa, eccetto vestiti pannamenti e suppellettili donneschi per potersino applicare al futuro matrimonio d’Anna Maria sua sorella e figlia legittima e naturale d’essi coniugi”.

Con lo stesso atto il dr. Luca Giovanni dona al figlio Geronimo: …tutto il studio delli libri di medicina, e d’altre scienze, lasciato dalla bona memoria di Geronimo Marciano avo di detto chierico Geronimo juniore e padre d’esso Luca, caso che detto chierico volesse studiare in medicina ed arrivare al grado di doctorato di medico, d’altro modo resta in pleno dominio d’esso Luca, nemini bona predic ti ut supra descripti “. Viene inoltre fatto obbligo al donatario di non vendere e di non alienare i beni ricevuti, e di dotare la sorella Anna Maria quando troverà occasione di contrarre matrimonio. Altra condizione apposta nell’atto era quella che “qualora il chierico D. Geronimo non sarebbe asceso al grado di Prete o Sacerdote di Messa entro il trentesimo anno di età, la donazione non s’intenda valida, ma nulla e cassa, e come se non fusse fatta”.[4]

Due anni dopo, il 2 febbraio 1656, muore improvvisamente a Leverano il dr. Luca Giovanni Marciano. Non essendovi più motivo di continuare a risiedere a Maruggio la vedova Isabella Mavaro rientra a Salice suo paese di origine insieme ai figli Geronimo e Anna Maria.  Geronimo, già chierico nella chiesa di Maruggio, al suo arrivo a Salice diventa assiduo frequentatore della chiesa matrice ma sembra che non fosse molto convinto di continuare il percorso per ascendere al sacerdozio; poi nel 1670, quando aveva già 23 anni ed era chierico da 16, invia una supplica all’arcivescovo di Brindisi perché lo facesse ascendere all’ordine del suddiaconato:

Ill/mo e rev/mo Monsignore. Il chierico Geronimo Marciano di Salice humilissimo suddito di V.S. Ill/ma, con supplica l’espone, come desidera nelle prossime venture quattro tempora di 7/mbre ascendere all’ordine del suddiaconato. Però supplica V.S. Ill/ma restar servita ordinare al Rev. Arciprete di detta Terra celebrasse le tre canoniche monitioni che il tutto lo riceverà a gratia di V.S. Ill/ma, ut Deus”   

  Salice 22 agosto 1670.[5]

Nei giorni successivi il sac. Giuseppe Maria Mogavero, vicario foraneo delegato dal vicario generale, assume le rituali informazioni per verificare il possesso dei requisiti stabiliti dal Concilio di Trento nonché l’idoneità del patrimonio sacro visto che la sua originaria consistenza si era ridotta per effetto della costituzione della dote alla sorella Anna Maria[6]. Dopo pochi mesi però si verifica qualcosa di insolito:  Geronimo Marciano, semplice chierico della chiesa matrice di Salice fino a tutto il 1670, agli inizi del 1671 viene incaricato dall’arcivescovo di Brindisi moms. Francesco de Estrada (1659-1671) di reggere l’arcipretura di Guagnano[7] resasi vacante per la morte del titolare U.I.D. d. Cesare Passante, incarico che viene svolto dal Marciano fino all’insediamento dell’arciprete titolare d. Paolo Riglietta (1678-1699) nominato in seguito a procedura concorsuale disposta dal nuovo arcivescovo mons. Emmanuele Torres (1677-1679). Indubbiamente d. Geronimo doveva essere una persona molto istruita e colta diversamente non si giustifica come sia stato possibile affidare ad un semplice chierico la reggenza di una arcipretura.

Rientrato a Salice d. Geronimo (che nel frattempo era stato consacrato sacerdote), viene ammesso nel capitolo con gli stessi oneri e onori degli altri sacerdoti, ma al Marciano più che la celebrazione dei riti religiosi, interessava trascorrere le giornate in compagnia di donne di malaffare nonché dare libero sfogo alla sua vocazione letteraria componendo poesie e sonetti che poi declamava pubblicamente in occasione di cerimonie civili e religiose. In tutte le visite pastorali eseguite in quegli anni dagli arcivescovi di Brindisi ci sono riferimenti alla condotta per così dire scandalosa tenuta da d. Geronimo segnalata da cittadini e dagli stessi sacerdoti, ma a nulla valsero i ripetuti richiami, ammonimenti, minaccia di scomunica a divinis da parte dell’arcivescovo.

Poi nel 1710 si verifica quello che può essere considerato l’inizio della fine.

La sera del 4 maggio 1710, giorno di domenica, lo spiazzo antistante la chiesa parrocchiale di Salice è gremito  di gente che ivi si era radunata per assistere ad uno scandalo enorme: d. Geronimo era entrato e non era più uscito da casa di Antonia Giorlia conosciuta come donna scandalosa; il mormorio giunge all’orecchio di Agata di Gallipoli, altra donna scandalosa, con la quale d. Geronimo aveva pure una relazione, la quale appena informata di ciò che stava accadendo, accecata dalla gelosia,  si reca in piazza e incomincia a gridare e a pronunciare parole offensive e scandalose all’indirizzo di d. Geronimo e della sua compagna, dicendo: “… che  lo farà carcerare…. non tiene niente più di dare e poi  schiattare,…non ha né robba né genitali…forfante mariolo…”.

Immediatamente l’arciprete d. Gioisia Bortone (Veglie 1651, Salice 1736) relaziona al vicario generale il quale, acquisite le testimonianze di quanti avevano assistito allo scandalo, il 10 maggio successivo convoca d. Geronimo a Brindisi e lo fa rinchiudere loco carceris, nel convento dei Cappuccini; lo stesso giorno d. Geronimo sottoscrive formale impegno di non uscire dal convento per qualsiasi ragione, senza autorizzazione del vicario generale, sotto pena di ducati 200. L’istruttoria che segue non lascia dubbi sulla reità, anche pregressa, del sacerdote e quindi viene rinviato a giudizio. D. Geronimo sapeva benissimo come funzionavano queste cose all’interno della curia; sapeva quindi che per evitare una pesante condanna e riacquistare la libertà era sufficiente rinunciare al processo, riconoscere le proprie colpe e implorare la clemenza dell’arcivescovo.

Il 10 giugno mette in atto il suo proposito e scrive il suo memoriale al vicario generale d. Pietro Falces[8] non già con la solita lettera bensì con un sonetto, sfoggiando la sua ben nota vocazione letteraria:

Al Molto Illustre e Reverendissimo Signore Monsignor Vicario Capitolare

MEMORIALE IN SONETTO

Nobil Signor, è poco men d’un mese        che qui forse mi tien falsa impostura: lungi da padrij beni, e padrie mura, chiuso tra chiostri, e de gli amici a spese.

Lacero io vo’ d’ogni qualunque arnese      ti muova ormai di me pietade, o cura;        e sia che mostri altrui quest’alma impura,  sia pur così, non vò pigliar difese.

Ma se men torno io d’un Romito                   i fatti giuro imitar, e non  t’el giuro in vano: se no con doppia sferza al fin mi batti.

Giuro da fidi amici ancor lontano   supplico intanto a condonarmi gl’Atti e a grazia avralla il servo tuo Marciano.

 

Il vicario generale, uniformandosi alla prassi consolidata nella curia di Brindisi, gli concede la grazia imponendogli però l’extra feudo, vale a dire l’obbligo di dimorare per almeno cinque anni in una località distante almeno 10 miglia dal luogo dove erano stati commessi i reati; con lo stesso provvedimento lo obbliga a dimorare nel convento dei Padri Cappuccini di Casalnuovo (Manduria).     Ottenuta la grazia d. Geronimo si sente in dovere di ringraziare il vicario generale e lo fa a modo suo con un altro sonetto:

Al Molto Illustre, e Reverendissimo Signore Il Signor D. Pietro Falces Archidiacono, e degnissimo Vicario Capitolare di

Questa Metropolitana Chiesa di Brindisi

RINGRAZIAMENTO DI GERONIMO MARCIANO

SONETTO

Degno nipote d’un Pastore Ispano          che resse un tempo il Brundusino Gregge: e con i scritti della dotta mano diede a’ Popoli suoi, e norme,  e Legge:

Io grazie rendo al nome tuo sovrano  che mi perdona,  e a nova vita elegge:      Angiol di me Custode in volto humano   che in dolce impero, e mi governa,e regge.

Falce sei Tu, ma bella Falce d’oro che alle mie spighe inaridite, e smorte  porgi estremo conforto, alto ristoro.

Prometto io ben con petto invitto, e forte con nove Muse in su l’Aonio Choro di cantanti o Signor sino alla morte.

 

La grazia concessa, per la verità non poteva considerarsi veramente tale, perché d. Geronimo non disponendo più delle rendite del capitolo di Salice e non potendo far parte del capitolo di Manduria, si vedeva costretto per sopravvivere ad elemosinare la celebrazione di qualche messa nelle chiese rurali. Non è da escludere che durante la sua permanenza a Manduria abbia venduto tutti i libri di medicina e di altre scienze, che gli erano stati donati nel 1654 dal padre dr. Luca Giovanni, e che erano appartenuti al medico e filosofo leveranese Geronimo Marciano, suo avo.

Muore a Manduria il 28 febbraio 1714, povero e dimenticato da tutti.

 

 

 

[1] Leopoldo QUARTA sostiene che: la fama di questo così detto letterato settecentista supera d’assai il valore di lui.  (G. L. QUARTA. Salice Salentino dalle origini al trionfo della Giovane Italia (a cura dell’Amministrazione comunale di Salice). Grafiche Panico. Galatina 1989, p.96.

[2]  Il Fonte Pliniano prende il nome da Plinio il Vecchio che, avendolo visitato direttamente oppure avendone ricevute notizie da altri, lo descrive nella sua opera Naturalis Historia. La sorgente d’acqua è nascosta all’interno di una grotta larga circa 18 m. di diametro, cui si può accedere tramite una scalinata. A rendere il luogo più incantevole contribuisce un grande lucernario che si apre sulla sommità della volta. In corrispondenza del lucernario, esternamente, vi è la rappresentazione dello stemma civico della città, ossia l’albero di mandorlo all’interno di un pozzo. (da internet).

[3] Diversi autori indicano come anno di nascita il 1632 riprendendo quanto riportato dal De Nisi (G. DE NISI, Salice “Terra Hidrunti”, Ostia Lido, 1968, p. 97), che, come unico riferimento prende in considerazione la data del matrimonio dei genitori (2 marso 1631) fissando la data di nascita all’anno immediatamente successivo; a conferma invece che l’anno di nascita è il 1647 c’è l’affermazione dello stesso D. Geronimo che nel 1703, chiamato a testimoniare innanzi all’arciprete Cavallo di Guagnano, in occasione dell’istruttoria di un procedimento penale, fornisce le sue generalità dichiarando, sotto giuramento, di avere 56 anni: Reverendus Jeronimus Marciano sacerdos terrae Salicis aetatis suae annorum quinquaginta sex circiter. (BIBLIOTECA ARCIVESCOVILE “A. DE LEO”. BRINDISI. (= B.A.B.) Archivio storico diocesano. Acta criminalia. Salice. Cr. 37, c.3r.

[4](  B.A.B.) Archivio storico diocesano. Cursus sacerdotali. Salice. Cs.121, cc.252r-253r.

[5 ]   B.A.B. Archivio storico diocesano. Cursus sacerdotali. Salice. Cs.121, c.249r.

[6 ]   Il 6 settembre 1670 Anna Maria Marciano e il marito Gregorio Provenzano di Laurino dichiarano, innanzi al notaio Scipione Forte di Salice, di aver ricevuto dalla madre e dal fratello D. Geronimo i beni dotali che gli erano stati promessi il 10 giugno 1664 in occasione della stipula dei capitoli matrimoniali innanzi allo stesso notaio. Oltre ai beni promessi in precedenza ad Anna Maria Marciano vengono donate anche le case (che) possedono in Santa Maria de Nove, con tutti i suoi membri di valore di ducati 300 in circa.  (B.A.B. Archivio storico diocesano. Cursus sacerdotali. Salice. Cs.121, 254r-256r).

[7] GINO GIOVANNI CHIRIZZI. Serie di sindaci e arcipreti di Campie, Guagnano, Salice, San Donaci, San Pancrazio in età moderna, in “Annuario 2003-2004”, Liceo Ginnasio statale G. Palmieri. Edit Santoro, Galatina.

[8]  La curia arcivescovile di Brindisi, in quanto sede vacante, era retta dallo spagnolo d. Pietro Falces, nipote dell’arcivescovo mons. Giovanni Falces (1605-1636).

 

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La storia siamo noi: Vico degli Ebrei

Le comunità ebraiche diffuse nel Salento

             La  Giornata della Memoria,  non è solo occasione per ricordare le vittime della SHOA, ma anche momento di riflessione,  pensare ad un “popolo” che da secoli era tra noi ;  le comunità  ebraiche presenti nel  Salento, in tanti paesi del nostro territorio, persistevano malgrado le periodiche rappresaglie,  grandi  o piccole  comunità che hanno contribuito  alla crescita ed economia dei nostri paesi. Ripercorriamo  un viaggio immaginario,  indietro nel tempo,  partendo da Lecce procedendo in direzione S-W, andremo verso il mare, il mare fonte di scambi commerciali ed anche crocevia di popoli e culture….

 

La prima tappa la faremo a Lequile, non ci soffermiamo ad esaminare altro, ma bensì le tracce …  che testimoniano la presenza di comunità ebraiche. Difatti al civico 65 di via Trieste, in uno stabile del XVII secolo sull’architrave di una finestra si nota la stella di Davide sulle cui estremità vi sono delle lettere che compongono la parola ADONAI, uno dei nomi di DIO, gli ebrei lo usano rivolgendosi a Lui con tale appellativo, letteralmente “nostro Signore” al quale si rivolgono, non potendo pronunciare il suo nome.

lequile

Da Lequile procediamo verso San Pietro in Lama, a 2 km dal centro abitato, in una antica cappella dedicata alla Madonna,  Santa Maria di Pozzino , si noterà un antico affresco datato 1512 (peccato che abbia rischiato di scomparire durante alcuni lavori di restauro !!!)  venne fatto eseguire da una ricca ebrea leccese  convertita, conosciuta come Caradonna Ricca, in cui il nome Ricca sta per Rebecca (Rivkà).

Dalle campagne sanpietrine  ci dirigiamo in quei di Copertino…. pensate, immaginate , come un sogno, l’antico paesaggio rurale, la vegetazione, i profumi …il silenzio ;  giungiamo a Copertino ove si trovano tracce della comunità ebraica sino al  1747. Difatti dal Catasto Onciario si evidenziano famiglie abitanti fuori le mura , in una zona nominata Borgo Scialò, probabilmente dalla parola Shalòm, “pace”. Ma già nel 1584, nella sua “Descritione” il frate agostiniano Angelo Rocca indica l’area della Giudecca copertinese, adiacente alla Sinagoga, in posizione totalmente centrale in quella che veniva indicata piazza Mercantile,  sino al secolo scorso del   ”Foggiaro”, oggi piazza del Popolo, luogo in cui persistevano delle fosse atte alla conservazione dei cereali.     La Sinagoga( oggi ex chiesa delle Clarisse)  si presentava in una depressione del terreno, utile a far confluire le acque piovane, particolare necessario per la costruzione del “miqvè”indispensabile per i riti religiosi. La comunità ebraica copertinese era numerosa, già nel 1472 risultavano censiti 225 ebrei appartenenti a 45 famiglie, in molti erano  dediti al commercio, si evince dal carteggio pervenuto tra un commerciante ebreo ed un suo collega veneziano socio in affari. L’antico carteggio, è considerato di grande valore storico, in quanto scritto in volgare salentino.

Effettuiamo una deviazione al percorso e ci soffermiamo sulle poche notizie che riguardano Leverano, nel nostro centro storico veniva indicato Vico degli Ebrei, successivamente in un ripristino della toponomastica…stranamente la targa  veniva sostituita con Via San Cosimo …già vico degli Ebrei, che pastrocchio ! grave errore, il “revisionismo  toponomastico”!!! perché nelle targhe delle vie si conserva, anche, il ricordo di qualcosa che fu e non ritornerà più. Ritornando alla presenza degli ebrei in Leverano,  abbiamo poche notizie, l’unica certezza consiste nel pagamento dei tributi da parte della comunità  ebraica negli anni 1529-1535, difatti risulta una lista di  tributi versati all’erario regio, in tali anni, qualcuno ipotizzava la presenza di 15 “fuochi”, ma non abbiamo trovato riscontri !.

via-san-cosimo.jpg

  Immaginiamo Leverano ai tempi del G. Marciano,  come viene descritto il nostro paesaggio… non antropizzato, e ci piace pensare a quei boschi di Giuggiole , il nostro feudo ricco tanto ricco da esportarle, ancora oggi sulla via per Nardò si scorgono delle piante spontanee …chissà se si saranno riprodotte sino arrivare ai nostri giorni !?

Ma quella via per Leuca ,come e dove si articolava? Comunque, si hanno tracce della comunità ebraica neretina già dal XIII secolo, sebbene le sue origini fossero molto antecedenti, da alcuni documenti si evidenzia l’analogia con la giudecca leccese,  per la sua localizzazione nel centro storico, a ridosso delle mura e per le attività svolte da molti membri della comunità .In un antico documento del XIV secolo vengono elencate alcune norme di igiene pubblica, tra le quali alcune riservate agli ebrei “ ai giudei confectieri et corvisieri, che non habiano da buttare al publico acqua putrida, et altre bruttezze fetide”  facendo riferimento ai liquidi provenienti dalla lavorazione delle pelli e dalle concerie, attività riscontrate similarmente nella giudecca leccese. Si riscontrano altri documenti con divieti e “solleciti” di pagamento, indicazioni igienico-sanitarie nella vendita e manipolazione di alimenti, in cui si evince peraltro , anche , una perpetuata discriminazione razziale: “nullo judio ausa vendere carne  à piso à cristiano senza licenza degli baglivi, et degli credenzieri, e che ancora non ausa vendere carne in piazza eccetto se la tenesse in mano come s’è costumato alla pena d’uno augustale chi contravenesse” … Molto importante l’individuazione, grazie ad un documento del 1573, del luogo di sepoltura degli ebrei, perciò trattasi di uno dei pochi casi in cui si riscontrano documenti in riferimento a cimiteri ebraici, collocato fuori del centro abitato in direzione N-E, fuori porta San Paolo, la stessa che conduce alla giudecca. Intorno alla metà del XVI sec., dopo l’espulsione degli ebrei, gli spazi urbani da essi occupati, dalle  abitazioni ed attività, vennero riutilizzati con la costruzione di monasteri e chiese cristiane, così come accadde anche in Lecce.

nardò

Molti ebrei neretini si trasferirono a Gallipoli, ai tempi la città era considerata un luogo importante del Mediterraneo, grazie al suo porto, la comunità ebraica era insediata da secoli ed aveva i suoi spazi, intorno al seno della Giudecca, la comunità si incrementò molto con l’arrivo di Carlo VIII di Francia nel Regno di Napoli, molti ebrei fuggirono da varie città giungendo a Gallipoli, basti pensare che da Brindisi giunsero 250 ebrei , da Nardò 50 famiglie, vi giunsero anche da altri luoghi, compresa la Spagna. Malgrado i vari decreti espulsivi ,Gallipoli mantenne per un lungo periodo una maggiore tolleranza nei confronti degli ebrei. Questa è una breve e riassuntiva cronistoria, il nostro Salento annovera molte comunità ebraiche, sarebbe complesso e prolisso dilungarsi sulla descrizione di ogni singola comunità, anche se senza dubbio di notevole importanza; tutto questo serve a riscoprire quanto “essi” fossero tra noi, e quanti discendenti dalle famiglie costrette alla conversione  tutt’ora siano presenti nelle nostre comunità.

Ci piace concludere con una riflessione della prof.ssa Schirone:

“  In un epoca come la nostra dove si cerca di rimediare agli errori del passato e di imparare dagli stessi, dove tutti sembrano  aver bisogno di dire qualcosa,  e dove tutti pretendono di conoscere la verità, la nostra preoccupazione più immediata è stata quella di mantenere un atteggiamento obiettivo che rendesse conto della realtà storica del popolo giudaico e di quello cristiano, per mostrare come nonostante le differenze teologiche e culturali esistono tra i due molti punti in comune, primo e fondamentale fra tutti la  fede nell’unico Dio, che ha tratto da una sola argilla   tutti gli uomini”.

A. D.

Bibliografia:

Fabrizio Ghio –  2013-  ed. Esperidi :                                                                                           Comunità ebraiche nel Salento: una scomparsa silenziosa

Giovanna R. Schirone  – 2001 – Messaggi eurostampa Matera:                                                   Giudei e Giudaismo in terra d’Otranto

Fabrizio Ghio-Fabrizio Lelli -2018- Capone Editore :   Guida al Salento Ebraico

 

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Pubblicato in: conoscenza del territorio

La storia siamo noi: l’Organo della chiesa

 Storia, cronistoria e riflessioni: l’organo della Chiesa Matrice  Santissima Annunziata

          L’attuale organo restaurato  non è quello originario,   andato in parte distrutto a seguito del  parziale crollo della chiesa  a causa del terremoto del 20 febbraio 1743.  Il Capitolo, infatti,  decise di vendere il vecchio organo rovinato e acquistarne uno nuovo. Il vecchio organo che dal 1650 circa aveva accompagnato le varie funzioni liturgiche, dopo il terremoto  andò per sempre perduto.  Questo si evince dall’archivio diocesano dalla visita pastorale  del 1752. B.503 .  Allora Vescovo di  Brindisi – Ostuni   Mons. Ciocchi del Monte Giov. Angelo (1751 –1759). Dal  1750 l’organo della  Parrocchia Collegiata SS. Annunziata  è   quello  ultimamente restaurato.

L’organo a canne, prima del   restauro,  promosso dal Comitato Amici  dell’Organo   si trovava in condizioni di grave degrado avendo subito delle trasformazioni non adeguate e alcune modifiche nella sua struttura lignea e anche nella parte strumentale: tastiera, pedaliera, mantice. Il restauro  è durato dal 2004 al 2009.

 Molto probabilmente l’organo acquistato  nel 1750 era stato messo, come il precedente, nella navata centrale in “cornu epistolae” ossia nella parte destra   guardando l’altare; (sul lato  sx, ossia in “cornu Evangeli” è posto tuttora il pulpito).

In seguito, l’organo è stato spostato, dietro l’altare principale  in apposita cantoria allo scopo modificata. Lo spostamento dell’organo ha indotto alcune modifiche anche al coro sottostante. . Lo spostamento,  ormai consolidato nel  tempo, era stato dettato sicuramente per migliorare l’acustica   e per la vicinanza del coro.

 Durante il restauro del 1949  per mano di ignoto organaro,  poi finito da Giuseppe Rinaldi,  ”l’organo  costruito come <positivo> , ovvero conalzata munita di portelle e appoggiabile su di un basamento contenente la manticeria, fu trasformato nella tipologia a muro, mediante l’applicazione di un involucro con cimasa evolute laterali e la traslazione della manticeria all’esterno del basamento sulla sinistra. Inoltre il frontespizio della cassa e le canne furono ridipinti con smalti sintetici. Anche la parte strumentale fu parzialmente modificata, rifatta la tastiera con aumento di 4 tasti e fu ampliata la stessa pedaliera, mentre i mantici furono trasferiti fuori dal basamento”. (dalla relazione di Paolo Tollari)

 La  commissione “ Amici dell’’Organo” in seguito a ricerche effettuate  e una serie di comparazioni tecniche  e costruttive  ritiene che l’organo  della chiesa SS. Annunziata di Leverano sia attribuibile al   maestro d’organi  Carlo Sanarica da Grottaglie.  Egli, infatti, è autore di diversi organi,  fra cui quello della chiesa del  Carminedi Manduria analogo al nostro organo.

 

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” Sconquassato ” un finanziamento pubblico !….

L’Organo a canne della “SS. Annunziata” di cui in Archivio, dal 2004 alla cerimonia di inaugurazione celebrata nel novembre 2009, si conservano documenti, verbali e pubblici manifesti di informazione relativi al suo restauro, è sotto attenta osservazione del Comitato “Amici dell’Organo” che per quei cinque anni ne ha curato la cronica infermità.

Preoccupato, perciò, della ricaduta nello stato di degrado e di abbandono, il Comitato si domanda, oggi, quale sia stata la causa oggettiva e determinante della rimozione: se fu un capriccio degli avi sbocciato all’alba o una alternativa tecnicamente conveniente che, in epoca ormai lontana, consigliò agli stessi avi il trasferimento dell’Organo dal lato destro della navata centrale all’abside. Probabilmente gli avi, quando decisero di allogarlo nell’abside, ne constatarono, bene a ragione, migliori gli effetti sonori?

Comunque sia, per il rispetto che si deve alla Storia e agli eventi che la determinano, il Comitato ritiene doveroso intervenire per difendere, coram populo, lo sfortunato, ma insigne monumento storico e per accelerarne la ricollocazione nella giusta e definitiva sede di merito e di prestigio previa approvazione della Sovrintendenza.

Giudica intanto una balda millanteria l’annuncio rifilato ad “Almanacco 2016” p. 133, che proclama imminente, ma che ancora si attende, l’approvazione di un secondo (?) progetto (sic) rivolto ad ottenere l’autorizzazione per la costruzione della SCALA di accesso alla cantoria. Ma, osserva il Comitato: quando la Sovrintendenza ai Beni Artistici e Culturali ha esaminato il progetto (si immagina nel 2013-2014?), presentato per ottenere il nullaosta a trasferire il già restaurato e inaugurato Organo (2009) dall’abside al lato destro della navata centrale, ha dovuto sicuramente rilevare una grave lacuna consistente nella omissione di una parte costitutiva e indispensabile al progetto: cioè la rappresentazione della SCALA, elemento accessorio, ma inseparabile dal monumento storico, perciò storico anche esso e necessario a raggiungere la cantoria!

Allora perché, si domanda perplesso il Comitato e stupita si domanda pure la Sovrintendenza, non si è presentato un unico progetto, ma due progetti, in tempi separati e però concorrenti entrambi a un unico scopo: la trasposizione e il funzionamento dell’Organo?! Funzionamento che, come si può osservare, non poteva in alcun modo esercitarsi perché l’organista, non disponendo di ali e non potendo egli accedere alla cantoria, sarebbe costretto a rinunciare all’uso e, conseguentemente, costretto ad assistere alla lenta agonia dell’Organo inesorabilmente destinato alla emarginazione e all’oblio.

Non potendosi, quindi, raggiungere il requisito del funzionamento come mai la Sovrintendenza ha approvato, se pure l’ha approvata, solo la prima parte del progetto? Non era rappresentata la SCALA e, in quanto tale, il progetto era incompleto. Quindi non predisposto alla integrale approvazione e naturalmente bloccato e non abilitato a conseguire lo scopo ultimo: il requisito del funzionamento.

Chi dunque ha autorizzato la rimozione?! Questa lettura, certamente non peregrina, ha sorpreso il Comitato “Amici dell’Organo” che ha immaginato stupita la Sovrintendenza e indotta, per un così inatteso balocco, anche essa a chiedersi perché, dopo appena tre anni dalla inaugurazione, si sia potuto pensare a un ulteriore sconvolgimento che certo non dispensa gli incontentabili dall’obbligo di affrontare un lungo iter burocratico; che vanifica, sperperandolo, un finanziamento già erogato e pari a 70.000€ di denaro pubblico; che sciupa irrispettosamente l’impegno umano profuso da tutto il Comitato che, senza lesinare energie, ha superato, dal 2004 al 2009, mille difficoltà severamente imposte dalla Sovrintendenza quando essa tratta di monumenti antichi e di pregio! E l’Organo è di pregio!

Peccato! Perché la Sovrintendenza ai Beni Culturali aveva annoverato il nostro Organo a canne nella lista degli organi storici salentini e lo aveva candidato idoneo alla esecuzione di composizioni di musica sacra nei ciclici concerti per Organo programmati, nell’ambito della Provincia, dalle Istituzioni competenti.

L’Organo a canne, per essere ormai da secoli parente stretto di una Insigne Collegiata, ne rappresenta un illustre e rispettabile costituente ed assume, di diritto, la qualifica di insigne monumento! Il comitato lo ha egregiamente valorizzato riportandolo con il restauro a finanziamento pubblico all’originaria ed eletta funzione per la quale la spesa corrisponde all’impresa. La qualifica di insigne monumento ha perciò ispirato il Comitato a ritenere giusto rinvigorire nel popolo tale coscienza e civile l’intento di aumentare di un gradino, e più, il livello di consapevolezza storica e culturale della città!

Purtroppo non ce lo permette ancora e ci impedisce di ascoltarne la voce la SCALA! Ma coraggio! Solleciteremo la Sovrintendenza perché al più presto provveda ad approvare il progetto unico e completo e a darne prova documentale ai cittadini! Se poi, sempre la Sovrintendenza dovesse negare l’ulteriore approvazione motivandola con l’inoppugnabile e inconfutabile documentazione attestante che l’Organo della “SS Annunziata” ha già goduto qualche anno fa di un cospicuo finanziamento pubblico, allora chi ha da assumersi la responsabilità degli oneri di spesa, se li assuma e riporti tutto allo “statu quo” e si impegni a far funzionare l’Organo a canne, che è costato tanto, e rappresenta la “storia” di fede e tradizione leveranese espressa attraverso quell’Organo dal 1650 e non dal 1750!

Se poi è consentito esprimere un giudizio estetico, il Comitato dirà che la cantoria non sta bene in testa, ma proprio sulla testa dell’organista, quando egli suona lo strumento feriale! Due Organi?! Uno sull’altro? Non si tollerano per gelosia di mestiere e conflitto di interesse!…

Per il Comitato  “Amici dell’Organo”

  Mario Muci

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Descrizione del restauro

Dalla relazione tecnica  dell’intervento di restauro, dell’organaro  Paolo Tollari, si apprende che il restauro è stato eseguito  nel rispetto delle indicazioni della Sovrintendenza     competente  attraverso la Commissione  Nazionale  per gli Organi Antichi  recuperando tutto quello che era recuperabile e integrando  o ricostruendo le poche parti  mancanti sempre nel rispetto filologico   dei materiali.

  Sono state eseguite:

La pulizia  di tutte le canne e rimesse in forma nelle parti  rovinate e quindi ricollocate nella posizione originaria, i registri  di Ripieno sono stati  completati mediante  la ricostruzione fedele di 96 canne di piombo che erano state eliminate durante il precedente restauro. Anche le canne aggiunte in precedenza  “fuori cassa” sono state accantonate mentre le 10 canne lignee originali sono state  restaurate  con legno di abete rosso.

La tastiera  originaria in faggio è stata   ripulita, riportata alle condizioni iniziali  liberandola quindi dei tasti aggiuntivi del restauro   del 1949, ma  lasciando la modifica realizzata con  alta qualità  tra   XIX  e   XX secolo.

Anche la pedaliera è stata liberata dei  4 tasti aggiuntivi  e recuperata  l’originale estensione  di 7 tasti.

Nella  registriera  sono stati  riportati alle condizioni originali   gli otto tiranti di ferro con pomelli di bronzo, ricostruendo le parti mancanti del “tiratutti” con legno di noce e le parti in ferro.

La manticeria originale è composta di due mantici a cuneo con legno di abete, faggio e noce. L’intervento ha riportato i mantici nella collocazione originale e  con il sistema di  funzionamento originale, eliminando le  modifiche del 1949  che avevano  collocato i due mantici all’esterno modificandone anche il sistema di alimentazione.

Gli organi di trasmissione meccanica, catenacci di ferro,  tavola catenacciatura dei registri, i someri (uno dei quali  manomesso per  l’aggiunta a suo tempo delle canne di 16’  ora accantonate), il crivello in abete, sono stati  riportati a nuovo, riparate nelle  parti squarciate e aggiunte le parti  mancanti. In particolare la rimessa a  nuovo dei someri ha comportato il rifacimento delle guarnizioni in pelle ovina conciata all’allume e incollata con gelatina bovina a caldo.

L’Organo restaurato è stato  riportato   alle sue  caratteristiche originali; esso conta  340 canne, di cui  29 in stagno, 10  in legno di abete e le restanti 301 in piombo.

Il restauro dell’organo ha comportato  anche il ripristino della cassa  e della cantoria  con integrazione delle parti mancanti e /o asportate riunendoli con chiodi artigianali e colla  animale. La  cantoria e la cassa  sono state riportate allo splendore originario. La gessatura  è stata liberata  dalle vernici aggiuntive ed  è stata integrata la meccatura, il tutto con prodotti naturali ad alcool. Il trattamento antitarlo è stato eseguito con essenza di cipresso naturale.

DEFINIZIONI

La canna è l’elemento che produce il suono dell ‘ organo  detto “a canne”

Il somiere   nell’organo   (dal latino tabula summa)  è una struttura che fornisce aria mantenuta a una pressione  costante alle canne. Consiste in una grande cassa in legno.

Il mantice è uno strumento meccanico che produce un soffio d’ aria. È    in alcuni strumenti musicali  come l’  organo,   Si presenta in genere come una sacca in pelle (o materiali con analoghe proprietà meccaniche) con i contorni pieghettati in modo da facilitarne la compressione; l’aria spinta da tale compressione viene emessa attraverso un ugello.

coro_ligneo

Note sugli organi a canne

L’organo a canne, nella tradizione  della chiesa cattolica, è nato  per la liturgia, esso è uno strumento  nato e dedicato interamente alla liturgia, la cui musica  s’innalza a Dio.

Storicamente  nell’ VIII secolo sono stati banditi tutti gli strumenti di natura cerimoniale pubblica, ritenuti di origine profana.  Fu così che a un giovane sacerdote, Giorgio da Venezia e ai suoi allievi, venne l’idea di costruire  uno strumento  che sfruttasse il “soffio del vento” per generare il suono, lo “pneumatikos”.

Tutto fa  ricordare il soffio di Dio, lo Spirito  che si rivela  nel lieve soffio del vento.  Don Giorgio da Venezia  era un profondo conoscitore dello strumento  musicale “ hidraulòs” o flauto idraulico. Inventato da un certo Ctesibio di Alessandria  d’Egitto,  strumento costituito da una scatola di legno, sulla quale erano innestate delle canne, un sistema di gorgogliamento idraulico  permetteva alle canne di suonare. Questo strumento  era usato  nelle grandi cerimonie  imperiali, negli anfiteatri  per la celebrazione   delle vittorie.  Questo strumento  ha, in un certo modo, ispirato    gli inventori  dell’organo, anche se  non vi è nessuna continuità.

Il nome organo deriva  dal fatto che lo strumento accompagnava le voci del coro gregoriano polifonico, detto appunto “organum” e spesso  in mancanza del coro  il suo suono sostituiva le voci polifoniche, da cui lo strumento finì per  assorbirne il nome, Organo.

“Quello strumento è stato costruito per il bene delle anime e la lode di Dio, è stato benedetto con un’apposita preghiera, con l’aspersione dell’acqua santa e con l’incensazione. E’ divenuto quindi un sacramentale efficace per la salvezza, la conversione, la preghiera unanime del Popolo Santo di Dio. E come tale va visto l’organo liturgico. Non è affatto uno strumento come tutti gli altri, e l’organista non è affatto un musicista come tutti gli altri. Il suo strumento ha un compito e una grazia specifiche, e pertanto l’organista non è un semplice esecutore, ma un ministrante della Divina Liturgia. L’organo costruito in chiesa e benedetto per essa è lo strumento sacro per eccellenza. Non è un’etichetta, ma una sostanziale oggettiva realtà”.(Alessio Cervelli)

 L’istallazione dell’Organo   nelle chiese  ha dato origine a  soluzioni architettoniche ricercate e spesso caratteristiche di soluzioni  appositamente studiate. La fronte esterna dello strumento, detta mostra d’organo, ha, comunemente,   l’aspetto di una  ricca architettura lignea, spesso lavorata  con sbalzi e  rilievi architettonici, mettendo in  bella vista le canne, di solito, esclusivamente in alto, su cantorie.  Da sempre la scelta della  posizione  architettonica  dell’organo all’interno della chiesa  è stata fatta   sia per rispondere a  questioni architettoniche, ma principalmente  per rispondere  alla necessità acustica di diffondere  il più uniformemente possibile  il suono dello strumento.

Una seconda necessità  che si presenta è quella di offrire all’organista la possibilità di  vedere  e sentire il celebrante  e i componenti del coro; a tal fine  sorge la necessità di ubicare l’organo in vicinanza del presbitero e del coro stesso. La posizione dell’organo  è in alto rispetto al piano  del pavimento, infatti, il suono dell’organo  riflette l’aspetto uditivo della simbologia cristiana  e , quindi, non può che venire dall’alto. Esso  è allo scopo collocato  in alto su cantorie.

La sistemazione nella maggior parte delle chiese collegiate e nei conventi è di fronte al presbitero o retrostante l’altare maggiore,   spesso è anche posto  sopra l’ingresso principale, più raramente  al centro dell’edificio, ma sempre nelle vicinanze del coro.

 

 

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Pubblicato in: conoscenza del territorio

La Storia siamo noi: 1946 elezioni comunali

In Italia

“Le elezioni comunali del 1946 furono le prime dopo la caduta del Fascismo in Italia, comportando il ristabilimento di tutte le amministrazioni municipali, dopo che i comuni erano stati retti da sindaci e giunte provvisorie nominate dall’AMGOT (Allied Military  Government of Occupied Territories in italiano Amministrazione militare alleata dei territori occupati), presente al Sud.”

Le elezioni videro dunque il rinnovo di 5.722 comuni pari al 71,6% della popolazione in cinque tornate: 10 marzo (436 comuni), 17 marzo (1.033 comuni), 24 marzo (1.469 comuni), 31 marzo (1.560 comuni) e 7 aprile. Altri 1.383 comuni furono rinnovati in autunno con altre otto tornate elettorali il 6 ottobre (272 comuni), 13 ottobre, 20 ottobre (286 comuni), 27 ottobre (188 comuni), 3 novembre, 10 novembre, 17 novembre e 24 novembre.

Va ricordato che queste furono le prime elezioni in Italia alle quali le donne furono chiamate a votare. I votanti sono 16.304.280 – 7.862.743 uomini e 8.441.537 donne – per una media nazionale dell’82,3%.

Anno Popolazione
1º gennaio
Nascite
1946 45.540.000 1.039.432
1947 45.910.000 1.014.712
1948 46.210.000 1.009.299

Leverano

Anche in Leverano, dopo aver deposto il Podestà ed il suo vice, il Prefetto Ronca nominò don Placido D’Agostino Commissario Prefettizio ed il maestro Rocco Quarta Assessore delegato, in quanto promotore del neo costituito Comitato di Liberazione, che annoverava tra i partecipanti Costantino Romanello, Liberato e Vittorino D’Amanzo. Nel 1945 si formularono le prime liste elettorali generali, maschili e femminili per le sezioni da 1 a 5, il numero totale dei votanti era di 4.329 di cui 2.147 maschi e 2.182  femmine. Successivamente si  formularono le liste con i rispettivi candidati e si diede inizio alla campagna elettorale. Il 10 Novembre 1946 si votò, prime elezioni amministrative del dopo  guerra.

Vennero eletti

1°  Francesco Durante

2°  Placido D’Agostino

3°  Enrico Congedo

4°  Muci Carmine

5°  Muci Cosimo

6°  Marzano Giovanni

7°  Mazzotta Francesco

8°  Ratta Ferruccio

9°  Cagnazzo Salvatore

10° Rizzo Giuseppe

11° Ratta Francesco Pantaleo

12° Cagnazzo Francesco

13° Russo Antonio

14° Landolfo Salvatore

15° Lecciso Giuseppe

16° Romanello Costantino

17° Landolfo Giuseppe

18° Durante Angelo

19° Frisenda Pompilio

20° Dongiovanni Pasquale

Il  primo Consiglio Comunale nominò  il dr. Francesco Durante  Sindaco,  la Giunta Comunale era composta da Francesco Cagnazzo, vice Sindaco,  Assessori: Enrico Congedo, Costantino Romanello, Giuseppe Landolfo.

Appartenenti alla lista dell’Uomo Qualunque, presente come  Blocco Nazional Popolare in unione con il Partito Liberale.

Durante 15

Riflessioni                                                                    

“Grandi   Speranze “  nutrirono  coloro che, sopravvissuti alle brutture della 2^ guerra mondiale,  rientrarono in patria.  Ritornati alle proprie famiglie, tutto aveva una dimensione diversa , l’organizzazione familiare,  sociale, tutto richiedeva un impegno e dispendio di energia oltremisura.  Il passaggio da un periodo storico  totalitaristico ad una riorganizzazione sociale democratica non impedì, a coloro che credevano nell’opportunità che il nuovo scenario post bellico gli offriva, d’impegnarsi con abnegazione in quella che può definirsi una ricostruzione complessa  che interessava l’aspetto urbanistico, economico e sociale  della nostra comunità.

Francesco Durante  Sindaco   dal  1946   al 1960

Nasce in Leverano,  da Vito Durante e Musca Maria, il 18.08.1916  secondo di tre figli. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1941, poco dopo l’abilitazione viene chiamato alle armi ed inviato, il 12 giugno 1942, al corso Allievi Ufficiali presso la scuola di Sanità Militare di Firenze, destinato al 18° Reggimento Artiglieria con sede all’Aquila, dopo circa un mese trasferito al Battaglione Mortai di Parma viene inviato in Albania, dove vi rimase sino al 20 giugno del 1945. Rientrato in patria si dedica alla vita professionale, convinto da un gruppo di amici ad intraprende l’esperienza politica-amministrativa nella lista dell’UQ, la lista vinse le elezioni con ampia maggioranza  e fu eletto Sindaco nel Novembre del 1946. Allo scadere del mandato si ripresentò con una lista indipendente che aveva il simbolo di San Rocco, fu eletto sindaco per la seconda volta nel 1951. Fu rieletto sindaco per la terza volta nel 1956, allo scadere del mandato, nel 1960,  si ritirò  dalla vita amministrativa. Nel  1965 si ripresentò e fu eletto consigliere per poi ritirarsi definitivamente dopo qualche anno. Nel 1960 fu eletto presidente della Cantina Sociale  di Leverano, contava pochi soci e non disponeva di stabilimento proprio. Nel 1974 venne nominato Consigliere Nazionale  della Feder Cantine, successivamente rieletto nel 1980, fu nominato consigliere della Unione Provinciale delle Cooperative ed anche Presidente Cantine Riunite del Salento. La sua grande passione per l’agricoltura ed il settore viti vinicolo lo portò a dedicare molti anni della sua vita allo sviluppo del settore ritenendolo contributo importante all’accrescimento del prestigio della nostra comunità. Potremmo dire che ebbe  intuito e lungimiranza.  Inoltre socio fondatore della BCC ha partecipato per innumerevoli anni come consigliere. Negli anni sessanta insieme al Professore Nicola Petrucciani  avviò la Clinica Maria Immacolata, da principio ubicata in via Fontana, successivamente ampliata e trasferita presso la nuova sede di via Leuca, la struttura venne chiusa negli anni settanta.  Continuò la sua attività come medico di base, medico condotto, sino agli anni ottanta in cui si pensionò proseguendo la sua attività ambulatoriale in favore degli extracomunitari presenti in Leverano garantendo l’apertura settimanale.  Muore il 6 maggio del 1999.

Durante 25

Nel  1946,  Leverano poteva avere una popolazione intorno ai 7.500 abitanti, considerando che nell’ultimo censimento del 1936 contava  6.960 abitanti e nel successivo censimento del  1951, il primo dopo la seconda guerra mondiale, contava 8944 abitanti.

grafico-censimenti-popolazione-leverano

La maggior parte della popolazione abitava  in quello che ora noi individuiamo  come Centro Storico, ma al tempo quello era Leverano, la vita sociale, commerciale e religiosa si svolgeva all’interno delle piccole vie e della piazza. Il municipio, la posta ed inizialmente anche la scuola erano concentrate intorno a Piazza Roma. Le vie esterne per Copertino, Nardò, Carmiano, Veglie e Porto Cesareo si presentavano come vie di collegamento, prive di attività commerciali e con esigue  abitazioni.  Anche il mercato settimanale, come la vendita del pesce, si svolgevano tra piazza Roma e largo Fontana.  Incuriosisce  una delibera del 2 maggio 1948, in cui si evidenzia la volontà da parte dell’Amministrazione Comunale di voler venire incontro alle nuove esigenze commerciali, non accogliendo le lamentele dei commercianti che vedevano  con disappunto il mercato in giorno infrasettimanale, considerandolo  attività concorrenziale.

Da delibera  del  2/05/’48                      

  “ Il Consiglio delibera di non sopprimere il mercato del giovedì sorto  spontaneamente e di chiedere inoltre all’Ufficio Provinciale del Commercio, Industria ed Agricoltura che il giovedì di ogni settimana venga riconosciuto  per il Comune di Leverano, insieme alla domenica, di vecchia tradizione,  giorno di mercato”.

 Il paese brulicava di negozi, dalle macellerie, generi  alimentari, bar, drogherie, farmacie, forni, empori e mescite, un gran numero di attività. Ad osservare la planimetria e individuando ogni genere di attività, si delinea la vera natura del borgo, ora desolato e spoglio, ma in quei tempi vero centro e cuore del paese. In virtù di ciò i commercianti sollecitarono l’istituzione di un posto telefonico pubblico che potesse dare la possibilità di allacciare collegamenti con altri luoghi, e  intraprendere anche scambi commerciali.

Da delibera  del  2/05/’48                       

  Il Consiglio delibera l’istituzione di un posto telefonico e di chiederne l’autorizzazione alla S.E.T. Si accettano dai locali possidenti e commercianti l’offerta del contributo di £. 300.000. Il Comune mette a disposizione della S.E.T. un locale di sua proprietà perché venga destinato a posto  telefonico.

 

 

 

logo parco (2)

Il Parco Culturale si avvale dei diritti di autore, ogni parte riprodotta o  copiata per intero o soltanto brani  deve sempre riportare la fonte ed il logo del Parco. Le foto della testata, e qualunque altra foto presente, non già su internet è di proprietà esclusiva del Parco Culturale Girolamo Marciano. E’ vietata la riproduzione.
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Pubblicato in: conoscenza del territorio

La Storia siamo noi: Cooperativismo

cantina vecchia torre

La Cantina Sociale  Vecchia  Torre, eccellenza  produttiva  della nostra comunità, si accinge a festeggiare il suo  60° anno.  Difatti nel settembre del 2019 si ricorderanno i 44 soci fondatori, dei quali  si menzioneranno i loro nomi ma non più i loro personali ricordi,  i quali temerariamente, come antesignani  forti e caparbi generarono una delle  più importanti  realtà produttive nel settore  vitivinicolo.   I  soci fondatori,  coinvolti dal dott. A. Biasi  sottoscrissero l’atto notarile, e  aderendo allo statuto avrebbero conferito ogni anno l’uva prodotta proveniente dai propri vigneti,  la  cooperativa si  impegnava nella trasformazione, vinificando le uve conferite e impegnandosi nella  vendita del prodotto finale. Ma è negli anni ottanta e novanta che si realizza la svolta: grazie anche all’oculatezza e alla lungimiranza degli amministratori, si avvia un piano di investimenti destinati a cambiare radicalmente il volto della Cantina: si introduce una moderna linea di imbottigliamento e si investono ingenti risorse in macchinari ed attrezzature per adeguare i processi di vinificazione agli standard enologici più esigenti.

 

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“Comincia proprio in questo periodo a prendere forma il progetto qualità -spiega il presidente della cantina Vecchia Torre dottor Antonio Tumolo, cioè la consapevolezza che le caratteristiche uniche di un vino sono il risultato dell’interazione di tre elementi: il territorio in cui viene prodotto, il vitigno d’origine e le tecniche di vinificazione. La scelta di fondo è stata quella di prediligere la produzione di vini Doc e ad Indicazione Geografica Tipica, continua, regolati in ogni fase produttiva da severi disciplinari, e di valorizzare i vitigni autoctoni del Salento, il Negroamaro e il Primitivo. Naturalmente, per completare la gamma dei nostri vini e per aprirsi alle richieste di una clientela sempre più esigente, è stata ampliata la gamma ampelografica mediante l’introduzione di vitigni internazionali quali Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Syrah. I risultati conseguiti hanno premiato il nostro impegno e realizzato il sogno dei soci fondatori: la Cantina ha oggi un fatturato di oltre dieci milioni di euro ed una quota crescente della propria produzione rivolta ai mercati esteri Olanda, Germania, Svizzera, Svezia , Danimarca, Austria, Giappone, Stati Uniti e Canada”.

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Ricordi

“ (* 1 )Nel 1961 fui eletto presidente della Cantina Sociale di Leverano, che allora contava pochi soci e non possedeva stabilimento proprio. Da allora oltre alla mia professione di medico, mi sono dedicato allo sviluppo del settore vitivinicolo, poiché, io nato da una famiglia con una grande passione per l’agricoltura, ho coltivato tale passione  dedicando il mio tempo libero. La mia attività nella Cantina Sociale era rivolta a sviluppare il settore affinchè  i soci ne beneficiassero, i quali da un piccolo gruppo hanno raggiunto un numero di circa 1200 con una potenzialità di circa 140.000 hl;  tale sviluppo ha permesso alla Cantina Sociale di Leverano di essere la prima della provincia di Lecce. Inoltre ho contribuito ad accrescere il prestigio di Leverano che per mezzo della sua Cantina produce vini che si possono annoverare tra i migliori d’Italia, infatti sono stati premiati più volte con medaglia d’Oro  alla Mostra Internazionale di Milano, a quella di Belgrado e ad altre mostre nazionali. Oltre alla carica di Presidente della Cantina Sociale,  nel 1974 venivo nominato Consigliere Nazionale della Federcantine ,  rieletto ancora nel 1980;  inoltre per sette anni sono stato Consigliere della Unione Provinciale delle Cooperative e da Presidente delle Cantine Riunite del Salento, in carica per otto mesi, dopo le mie dimissioni sono consigliere di tale organismo dal 1974……”

 

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L’ambasciatore americano Gardner visita la Cantina Sociale

 

ELENCO PRESIDENTI CDA

DOTT. ANTONIO BIASI  1959-1961

DOTT. FRANCESCO DURANTE    1961 – MAGGIO 1990

AVV. SANTO LANDOLFO 1991 – 1993

RAG. ROCCO ROMANELLO 1994 – LUGLIO 2003

DURANTE ANGELO (F.F. da luglio a dicembre 2003)

DOTT. ANTONIO TUMOLO 2004 – AD OGGI

 

SOCI COSTITUENTI

  1. BIASI ANTONIO
  2. CAGNAZZO RAFFAELE
  3. CALCAGNILE SANTO
  4. D’AGOSTINO SALVATORE
  5. D’AGOSTINO ANTONIA
  6. D’AMANZO COSIMO
  7. DELL’ANNA RAFFAELE
  8. D’AGOSTINO ROCCO
  9. ERROI GIUSEPPE
  10. ERROI ANTONIO
  11. FRASSANITO LUIGI
  12. GRECO ROCCO
  13. GUIDA COSIMO
  14. LANDOLFO ANTONIO
  15. LECCISO COSIMO
  16. LANDOLFO ROCCO
  17. MAZZOTTA COSIMO
  18. MARTINA VINCENZO
  19. POLITANO GIUSEPPE
  20. PAMPO GIOVANNI
  21. PATERA ROCCO
  22. QUARTA ANTONIO
  23. QUARTA FERNANDO
  24. RATTA LUCIANO
  25. ROMANELLO GIOVANNI COSTANTINO
  26. RATTA GIOVANNI
  27. ROMANO SALVATORE
  28. VALENTINO ANTONIO
  29. ZECCA LUIGI POMPILIO
  30. MACCHIA ROCCO
  31. ZAGA’ VINCENZO
  32. POLITANO ROCCO
  33. PAMPO EMILIA TERESA
  34. CAMISA EMANUELE
  35. DE FERRARIS ROCCO
  36. TRONO FRANCESCO
  37. LECCISO SALVATORE
  38. MUCI MICHELE
  39. LEONE ANTONIO
  40. GRECO CARMELO
  41. CARAGIULI SALVATORE
  42. DURANTE GIUSEPPE
  43. DURANTE GIOVANNI
  44. FIORE ROCCO

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 La  vendemmia a Leverano nel passato

attraverso i ricordi del prof.  Fernando Romanello

“ (*2)  In passato, a settembre, nelle campagne, tra i contorti ceppi dei vitigni di Primitivo e Negroamaro,…. cominciava la vendemmia. Eserciti di uomini,  donne e fanciulli, con gli zoccoli o a piedi nudi affondati nella calda terra rossa e gialla, ricca di sostanze e  umori sapidi staccavano con gesti rapidi e precisi i succosi e fragranti grappoli d’uva. La prima varietà  ad essere vendemmiata era “lu Bribbitu” (vitigno ibrido) , particolarmente delicato, per il quale era d’obbligo usare le mani per staccare i grappoli. Quasi sempre questa varietà era usata per rinforzare i vini francesi. Poi era la volta  “  ti lu Primatiu “  (Primitivo) e poi “ ti lu Neurumaru “(Negroamaro) che veniva raccolto con il ronchetto ,  “runceddra”(piccola roncola) . E per ultime le “ racioppe “ del primitivo. I grappoli venivano riposti  dalle donne nelle  “canisceddre”, cesti di canne intrecciate e da qui nelle “tine” di legno, portate a spalla dagli uomini  ( la spalla era protetta da un sacco arrotolato detto “muscale”), che venivano svuotate nelle botti collocate sul mezzo di trasporto più usato il “ traino”  .  Le uve venivano trasportate nei palmenti per la pigiatura e le successive fasi di vinificazione.

Il contadino pigiava l’uva ammassata in grandi vasche di pietra , a volte interrate, nel palmento, calpestandola con la pianta del piede. A questa prima fase di lavorazione, seguiva la fermentazione delle vinacce che avveniva in grandi botti. Raggiunto il grado di  fermentazione voluto, le vinacce venivano torchiate , almeno due volte,  ottenendo i seguenti vini: lacrima, rosato, rosso. Alle vinacce ancora ricche di mosto, si aggiungeva dell’acqua tiepida ; quindi si rimescolavano calpestandole energicamente, e si lasciavano macerare;  poi si torchiavano ancora sommariamente.  Da questa spremitura si otteneva “ lu péte” : un vinello delizioso, poco alcolico, profumato e beverino, che si consumava entro Natale, nell’attesa di spillare il vino vero, quello buono ottenuto dalla prima spremitura…. Per tutto il tempo della lavorazione dell’ uva  (da settembre a ottobre) tutte le strade erano sommerse da un forte odore di mosto, frammisto al gas di anidride carbonica, “lu ilenu”  , che si sviluppava dai palmenti.  La maggior parte delle uve di Leverano veniva portata nei comuni di Trepuzzi o Squinzano (vicini alla ferrovia)  e venduta, tramite i sensali  “ zznzali “, ad aziende del Nord Italia rinomate, che lo utilizzavano per “ tagliare “ i loro vini più leggeri ma che già si fregiavanodel marchio DOC;  il prezzo era stabilito dagli acquirenti in piazza Sant’ Oronzo , presso il bar della Borsa.  Solo esigue quantità  erano impiegate per la produzione “ ti lu mieru ti casa “  …..

*(1)  Autobiografia  Dr. Francesco Durante

*(2) Ricordi del prof. Fernando Romanello  (tratto da: Alla scoperta di Leverano ed. Ideemultimediali  2002)

Foto:  archivio privato famiglia  Durante

 

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La storia siamo noi: Leverano 1728 cronaca di un assassinio.

ACCADDE A LEVERANO….  

Leverano 1728 – Assassinio di Lazaro Muci,  erario del principe di Belmonte.

 Antonio Pignatelli principe di Belmonte, utile padrone dello Stato di Galatone[1], nomina Lazaro Muci erario[2] della Terra di Leverano per l’anno 1728. Il Muci sia per incompetenza oppure per malafede gestisce in modo non corretto l’incarico affidatogli appropriandosi anche di alcune somme di denaro. Il feudatario non tarda ad accorgersi di questi ammanchi e incomincia a prendere delle informazioni sul conto dell’erario.

 Venuto a conoscenza di quanto si sta tramando alle sue spalle, il Muci temendo di essere carcerato, decide di fuggire da Leverano e rifugiarsi in Avetrana in casa di Felice Dragonetti. Il cognato Pietro Vetrano, al quale aveva confidato il suo progetto di fuga, gli fa notare che il principe ha il braccio lungo e quindi lo avrebbe scovato ovunque si sarebbe nascosto, ma poi, visto che il Muci era fermo nel suo proposito, lo consiglia di nascondere in qualche luogo eventuali denari del principe in suo possesso prima che gli facessero la perquisizione domiciliare stanti le indagini in corso.

            La mattina del 6 luglio 1728, dopo aver consegnato a persona di fiducia i suoi vestiti e quelli della moglie, e dopo aver seppellito  in campagna i denari in suo possesso, carica mobili, masserizie ed altro oggetti su un carretto e si avvia  per la strada dell’Avetrana,  ma, per sua sventura, appena uscito da una delle porte della Terra  di Leverano viene sorpreso dagli armiggeri del principe che  gli sequestrano il carro con tutto il suo contenuto; poi tentano di legarlo per portarlo carcerato, ma questi con uno strattone  riesce a svincolarsi e a rifugiarsi nella vicina cappella  di Santa Maria, che si trovava nelle vicinanze, luogo nel quale gli armigeri non potevano intervenire perché era di giurisdizione ecclesiastica.

            La stessa mattina il dott. Giuseppe Antonio Greco, credenziere della Terra di Leverano, informato dell’accaduto, scrive una lettera all’Agente e  Governatore dello Stato di Galatone, D. Francesco Antonio Pappi in Copertino, per riferire:  “… partecipo a V.S. come questa mattina a buon’ora l’erario Lazaro Muci se n’è fuggito da Leverano, e trasportati alcuni mobili, però dalli granatieri se l’è dato appresso coll’armiggeri, quali hanno ritrovato detti mobili, e lui s’è salvato in una cappella fuori di Leverano, ed acciocché non scappasse li fanno da guardia alcuni armiggeri; m’è parso bene provvedersi al sequestro di tutti li suoi beni stabili, e mobili, e consegnarsi a terza persona, tutto questo l’ò fatto per servizio dell’eccellentissimo padrone e resto ansioso dei suoi comandi…”.

            Gli risponde il Governatore Pappi complimentandosi per come ha gestito tutta la vicenda e per aver fatto carcerare anche la moglie del Muci colpevole di non avergli riferito che il proprio marito era intenzionato a scappare; poi gli comunica di avergli mandato altri due soldati “…perché non perdessero di vista il luogo dove sta rifugiato il Muci, in maniera però che stiano lontani dalla chiesa, né si possa dire fare in assedio della medesima…”, praticamente comunicava di stare bene attenti a non violare la territorialità della chiesa. La vigilanza dei soldati in effetti era strettissima tanto che l’armigero Benedetto Naccarato, quando Grazia Persano, suocera del Muci, si avvicinò alla chiesa per portare al genero un poco di cocozza cotta e un poco di pane, seu pagnotta, gli tolse la pignatta dalle mani e la scaraventò in mezzo alla strada, scacciandola con minacce e mali parole.  (ASL. Protocolli notarili. Notaio Gennaro Pungari di Leverano, 48/7, anno 1728, cc. 56-59).

Durante la notte il Muci tenta la fuga eludendo la sorveglianza dei soldati che lo tenevano piantonato; verso l’una e mezzo apre la porta della chiesa ma appena varcata la soglia i soldati lo avvicinano  e gli intimano di tornare indietro; il Muci non obbedisce all’invito rivoltogli e mentre si accinge a portare a compimento il suo progetto viene raggiunto da due schioppettate che lo riducono in fin di vita; trasportato subito nell’ospedale di Leverano il Muci dopo 5 ore di agonia, rende l’anima a Dio, non prima di essere stato confessato dal canonico don Nicola Civino,  al quale  rivela che in una sua vigna, in località La Padula di Quagliasieri, sulla strada per Veglie, ha sotterrato una pignatta e un bocale contenente più di cento ducati e alcuni oggetti di valore, da lui tenuti in pegno, appartenenti a cittadini di Leverano debitori nei confronti della Casa di Belmonte.

 Nei giorni successivi il canonico Civino, uscito da casa per andare come al solito a caccia di lepri, si reca di nascosto in località Quagliasieri, dove scavando nel punto preciso indicatogli dal Muci, trova sotto un cippone, vicino ad una chianca che delimitava il podere, la pignatta e il bocale che “ripulisce” per bene del loro contenuto e li sotterra nuovamente.

tesoro

            Paola Biasi, vedova di Lazaro Muci, era a conoscenza della pignatta e del bocale nascosti sotto terra dal marito, ma non del luogo preciso dove erano stati sepolti, luogo questo che il Muci aveva confidato al Civino durante la confessione poco prima di morire; trascorsi alcuni giorni la vedova Biasi sollecita il canonico Civino per andare a recuperarli.

 Dopo diversi rinvii per motivi sempre banali il Civino decide di portare Alessandro Muci, zio di Lazaro, in località Quagliasieri per cercare insieme ciò che gli era stato riferito dall’erario in punto di morte e, in effetti, dopo un poco individuano il luogo preciso dove era sotterrata la pignatta e il bocale; riferirà successivamente il canonico Civino:  “… dopo poco tempo che stavamo facendo diligenza si ritrovò detto segno ch’era una pietra sotto un cippone, mi addonai, che detto zio steva fermo piegato, e domandatolo: che cosa?,  mi chiamò, e già aveva trovato il segno, o sia pietra suddetta, e sotto di questa una pignata con monete di rame, ed un bocale con monete d’argento, un anello d’oro, un campanello d’argento, e certe granate, tutte dentro detto bocale, onde io fattoli mettere sopra un suo faccioletto le dette monete d’argento, da quella ne levassimo di tarì, docati sette, e questi me li pigliai io per disponerli secondo mi aveva detto il defonto, e l’altri li diedi che se li tenghi lui, e che li vada somministrando a sua nipote moglie di detto defonto, ed esso incominciò a ringraziare Iddio…”.

            La vedova Biasi ricevuto dalle mani del nipote Alessandro tutto ciò che era stato trovato in campagna, si accorge che mancavano oltre cento ducati  e di tale mancanza lei ne era certa sia perché l’ammontare glielo aveva riferito il marito e sia perché aveva  visito la pignatta, prima che venisse sotterrata, che era piena di ducati sotto canna, cioè piena fino all’orlo; inoltre dagli oggetti recuperati, che erano stati dati in pegno, mancava un S. Donato d’argento; era evidente quindi che il luogo dove erano stati sotterrati, era stato già “visitato” da altra persona e questa non poteva essere che il canonico Civino.

            La Biasi presenta immediatamente querela criminale nella curia arcivescovile di Brindisi[3] contro il Civino; il canonico Lup’Antonio Guarino, delegato dal vicario generale per l’istruttoria, acquisisce la deposizione di diverse persone informate sui fatti fra cui il sindaco Fortunato Miri, il chierico coniugato Francesco Mancino, D. Cristoforo Preite, Vito Falchera, e altri. Tutti quanti affermano, per sentito dire, che l’autore del furto è il canonico Civino e questa loro convinzione è avvalorata dal fatto che il canonico, la cui famiglia era composta da nove persone e non aveva beni di fortuna, viveva da miserabile, mentre subito dopo la morte dell’erario Lazaro Muci, ha pagato tutti i debiti che aveva, ha acquistato terreni e dava somme di denaro a censo.

            Acquisiti gli atti dell’informazione il vicario generale  convoca a Brindisi il Civino, gli contesta il furto e  lo fa rinchiudere nelle carceri della curia in attesa del processo. Intanto nella curia ecclesiastica si costituisce come parte lesa Carlo Mazzarello di Veglie, nuovo erario del principe di Belmonte nella Terra di Leverano, perché dai quaderni del defunto erario, ora in suo possesso, l’eccellentissima  Casa era creditrice di 253 ducati.

            Nei giorni e mesi successivi il Civino viene interrogato ripetutamente ma questi respinge ogni accusa sostenendo che tutto ciò che è stato consegnato alla vedova Biasi corrisponde esattamente a quanto è stato rinvenuto nella pignatta e nel bocale e inoltre afferma che tutti i testimoni sentiti hanno detto il falso per essere suoi nemici e malevoli e le loro sono tutte calunnie e infamità.   Il 7 marzo 1729 il Civino dal carcere dove era rinchiuso rivolge istanza al vicario generale per essere rimesso in libertà al fine di recarsi a Leverano e procurarsi i documenti per la sua difesa, permesso che gli viene accordato sotto cauzione.

 Del processo che ne segue non c’è alcuna traccia.

            Si ha motivo di ritenere che non sia rimasto in carcere per molto tempo perché dopo alcuni mesi, il 2 settembre 1730, il Civino è presente nella Terra di Leverano risultando costituito in un atto del notaio Pungari di donatio irrevocabiliter inter vivos fatto in suo favore da una sua congiunta che era la vergine in capillis Porzia Maria Rodi, (ASL. Protocolli notarili. Notaio Gennaro Pungari di Leverano, 48/7, anno 1730, cc. 59-62), ed anche perché negli anni immediatamente successivi è presente, con una certa frequenza, negli acta criminalia della Terra di Leverano per difendersi da querele ricevute per diversi altri motivi.

Antonio De Benedittis

note
[1] Lo Stato di Galatone comprendeva le Terre di Galatone, Copertino, Leverano e Veglie.

[2] La carica di erario veniva attribuita dal feudatario era obbligatoria e gratuita, il più delle volte durava un solo anno, dipendeva dall’abilità e correttezza dimostrata nello svolgimento dell’incarico dal soggetto incaricato affidatogli; all’erario veniva riconosciuta solo l’esenzione dal pagamento delle decime, di contro il principe nell’individuare il soggetto cui affidare l’incarico pignorava cautelativamente tutti i beni del nominato e dei componenti la sua famiglia.

[3] Magistratura competente per giudicare i reati commessi dagli ecclesiastici.

Bibliografia

BIBLIOTECA ARCIVESCOVILE “A. DE LEO”, BRINDISI. Archivio storico diocesano.

 

 

PINELLI-PIGNATELLI

Dal matrimonio tra Oronzo Pinelli e Violante De Sangro, nel 1702 , nacque ANNA FRANCESCA PINELLI che assommava tutti i titoli paterni: principessa di Belmonte, duchessa di Acerenza, marchesa di Galatone, Veglie, Leverano, Copertino.

Il 1 luglio del 1721 sposò il principe ANTONIO PIGNATELLI, marchese di San Vincenzo. Di conseguenza la contea, per maritaggio, passò dai Pinelli ai Pignatelli nel 1721, i titoli vennero assunti dal marito nel 1722, il quale nel 1723 fu nominato principe del Saccro Romano Impero e onorato del ius monetandi di cui il Pignatelli si avvalse soltanto una volta nel 1733, facendo coniare in Vienna uno zecchino d’oro con lo scudo di famiglia, tre pignatte nere con lo sfondo dorato.

Detta famiglia esercitò il suo dominio sulla contea dapprima con Antonio Pignatelli, dal 1722 al 1794, successivamente con Antonio Maria Pignatelli , dal 1799 al 1806, anno di estinzione del sistema feudale.

La redazione

Bibliografia

Leverano Nobile   –   grafiche Panico Galatina 1995 – di Salvatore Vantaggiato

I feudatari di Leverano dal 1556 al 1806  – ed. Salentina Galatina 1985 di Vittorio Zacchino

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