La storia siamo noi 4

San Giuseppe da Copertino……..tra sacro e profano

Molti paesi del Salento annoveravano una chiesetta agreste dove la popolazione si recava in pellegrinaggio a pregare ed invocare la Madonna, i Santi, ed anche in periodi di particolari calamità e siccità si organizzavano cortei penitenziali. Ricordiamo la cappelletta  ti lu Aru  a Leverano,  la chiesetta di Santa Maria dei Greci a Veglie, i  Santi Medici a Nardò, la cappelletta  dell’Immacolata a Carmiano  e la Matònna ti la ùrteddhra  (Madonna della Grottella ) a Copertino. Un miracoloso ritrovamento di un quadro o anche di affresco spesso erano meta di pellegrinaggi e luoghi di miracoli dove successivamente si edificavano chiese e anche santuari, come la chiesa della Madonna della Consolazione in Leverano ed il Santuario della Madonna della Grottella in Copertino il quale sorse in seguito ad un miracoloso ritrovamento. Infatti si racconta che l’affresco posto sull’altare maggiore, riproducente  la Vergine con il  Bambino, sia stato ritrovato da un giovane pastore intorno al 1540-50. Il giovane,  smarrito un vitello, si reca in campagna alla ricerca dell’animale e dopo una lunga e difficile ricerca è attratto da un filo di luce che fuoriesce da un foro, incuriosito accosta l’occhio e scorge una grotta ove vi è il suo vitello inginocchiato davanti a un affresco della Vergine, illuminato da due raggi luminosi sospesi. Al racconto del pastore, la popolazione accorre in massa, la chiesetta edificata sul luogo diviene subito meta di pellegrinaggi suscitando interesse in tutta la Terra d’Otranto, con il passare del tempo i fatti prodigiosi e miracolosi, le conversioni e le guarigioni si affievoliscono, finchè nella prima metà del seicento il santuario viene affidato ai Frati Minori Conventuali che avevano costruito affianco un convento, i quali ospitarono Giuseppe Desa ( San Giuseppe da Copertino) in qualità di novizio. Il Santo dimorò in tal convento per diciassette anni, numerosi furono i miracoli e i prodigi nel  nome della Madonna della Grottella  che chiamava “mamma mia”, tra i tanti registrati e tramandati non manca il suo diretto intervento propiziatorio, in tempi di siccità, difatti da alcune testimonianze del Seicento, si evince che la popolazione confluiva in pellegrinaggio al Santuario ed unendosi alla preghiera dei devoti penitenti otteneva puntualmente la concessione della pioggia. Con il passare dei secoli la popolazione continuò i suoi pellegrinaggi aggiungendo il trasporto della statua del Santo, questo trasportare assumeva un grande significato, il riattivare l’unione del Santo al luogo, quasi un ritorno una riunione mistica con la  Madre, la Vergine Maria.

A lla Urtèddhra Sangiseppu rria,

 comu nnu figghiu ca stà ttorna a ccasa;                                                           

   la Ergine  nni tice, fìgghiu mia!

Nni apre li razze e an fronte si lu asa!   

Mana, nni tice iddhru, so bbinùtu ca ti stu situ no

mm’àggiu mai scirràtu; mma egnu nduliràtu, cercu jùtu,

jùtu pi llu  paèse a ddo so nnatu…..

….Cce anu ccugghìre, tice, mana mia,

cce anu ccugghìre, frati spinturati,

ci ccquai no cchiòe, ene caristìa,

mòrinu tutti éstie e attisciàti.

Ampòsta àggiu fatta sta inùta ,

ti lu contu cu aggi a ppruitìre, ci nno lli jùti tune, ceddhri li jùta:

jùtali, ti preu, fanne chiuìre!…..

La Madonna prumétte: ti ccuntiéntu.

Poi si ota a nna nuégghia e ddice: ndacqua!

La nuégghia fuce e intra nnu mumiéntu a nnui nni rria l’acqua, l’acqua, l’acqua!

   

 

san Giuseppe da Copertino                                          

Questi versi molto rappresentativi sono opera di una grazia ricevuta, decantano le virtù e il “potere” di mediazione del Santo, ma le processioni procedevano intonando una “litania “ invariabile che annoverava ben poche parole e preghiere, escludendo i più devoti che rispondevano piamente con “ora pronobis” al sacerdote, il resto dei partecipanti emetteva un suono afono ripetitivo che a lungo andare prendeva le sembianze di un tambureggiare vocale in cui la parola enunciata era  acqua..acqua..acqua, coprendo, quasi annegando qualsiasi altra invocazione, sospingendo la massa umana come una sorte di marea  che procedeva seguendo i suoi personali pensieri e necessità. Tutte le voci si intersecavano, si infittivano, ma si placavano soltanto quando uno degli anziani ristabiliva l’ordine, ricordando che si doveva fare fronte comune abbandonando le specifiche e personali necessità. Se il pellegrinaggio si svolgeva tra Agosto e Settembre, una siccità molto prolungata rischiava di provocare la ràggia ti la terra, che aveva il suo apice con nna ncupulisciàta ti mmalòmu. Pericolo che poteva essere sventato solo dall’intervento del Santo, una immediata ma normale pioggia per volontà di San Giuseppe.Ma nella credenza popolare chi era o cosa rappresentava “ mmalòmu “,  era quasi una figura mitologica, o un mostro che personificava la violenza dei temporali estivi determinati dallo scontro di masse d’aria provenienti fra ponente e tramontana.  

Bibliografia:  ” Tre Santi e una campagna”    Giulietta Livraghi Verdesca Zain

 

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