Domenica 13 novembre i soci e simpatizzanti del Circolo Tandem si sono ritrovati in Piazza del Popolo cuore del centro antico di Presicce per una visita guidata della cittadina, ricca di storia e di testimonianze culturali e architettoniche.

L’attenta ed esperta guida ha condotto il nutrito gruppo alla scoperta dei tesori architettonici iniziando con il Palazzo Ducale che domina con la sua mole la piazza antistante. Ha iniziato dalle più antiche notizie dell’edificio che sono di epoca normanna, ma a difesa dei primi nuclei abitativi, probabilmente in epoca bizantina, venne realizzato un primo castrum. L’attuale Palazzo Ducale, quindi, ingloba le testimonianze di oltre mille anni di storia. L’edificio presenta una struttura massiccia, lineari prospetti scanditi e alleggeriti dalle soluzioni d’angolo, le eleganti finestre architravate di gusto rinascimentale, l’ampia loggia, costituita da tre archi a tutto sesto riccamente decorati. Le coperture degli ambienti interni sono generalmente voltate a botte e a spigolo, una grande scala reca una copertura lignea a capriate.

 

Palazzo Ducale

Il primo piano del Palazzo ospita un interessante Museo della Civiltà Contadina (in sigla MdCC), dove sono raccolti oggetti di antichi mestieri, che molti dei presenti hanno facilmente riconosciuto, o perché parte di un bagaglio personale di conoscenze o perché visti adoperare, in età giovanile, nelle tante botteghe artigiane vicine, se non affianco, alla propria abitazione. La raccolta è stata incentivata dalle donazioni di privati cittadini.

In una sala erano esposti gli strumenti tipici della molitura delle olive di cui Presicce è stata, per un lunghissimo periodo, al centro di una fiorente attività (torneremo sull’argomento più avanti con dovizie di particolari). Nella stessa teca trovavano posto alcuni attrezzi per la mietitura del grano e altri cereali.

Per completezza di notizie la guida ha aggiunto che in tutto la collezione comprende circa 300 pezzi, distribuiti all’interno di sale tematiche: “la stanza del fuoco, la stanza dell’acqua, la stanza della terra, la stanza del tempo”, contenenti attrezzi da lavoro e suppellettili appartenuti a contadini, maniscalchi, falegnami, fabbri, bottai, ciabattini, muratori, frantoiani, tessitrici. Tra gli oggetti di particolare valore si segnalano: alcuni setacci per farina, olive, legumi; un aratro in legno; attrezzi per la mietitura; un telaio. Di recente è stato restaurato e acquisito l’antico orologio del campanile della  Chiesa Matrice, fabbricato nel 1879.

La tappa successiva  è  stata il Giardino  Pensile situato nello stesso Palazzo, dal  quale si domina gran parte del centro antico; qui la guida si è soffermata  a raccontare un episodio, tra  storia  e  leggenda, sul motivo  che ha portato i  presiccesi ad essere noti  nel Salento  coll’epiteto  non  troppo esaltante di “Mascarani”.

Percorrendo l’asse viario storicamente e architettonicamente rilevante sul quale si affacciano Palazzo Valentini di Castromediano e Palazzo Lia, solo per citarne alcuni, la guida ha condotto il gruppo a visitare prima una tipica casa a corte e poi un caratteristico frantoio con una duplice particolarità: essere del tipo semipogeo (cioè scavato in parte sotto il piano stradale e in parte costruito in muratura) ed essersi conservato nelle strutture lignee. E’ seguita la descrizione della lavorazione delle olive che partendo dalla “prima spremitura” e passando attraverso fasi successive si arriva al prodotto finito: l’olio cosiddetto “lampante” che era destinato all’esportazione per l’illuminazione.

Uno degli ultimi nachiri ha composto questi versi:
 
Ci cchiù me lu vanta lu trappitu…
Me lu vantava ciunca nu nc’era statu.
Quannu trasii rrumasi stupitu:
li conzi ‘nterra e le manne sparrate,
tutta la notte comu nnu spianditu
senza coppula ‘ncapu, puru squasatu.
La prima notte me persi lu sonnu,
la secunna lu sonnu e l’appititu
e la terza le cervelle de la capu.
 
Mmenzu la nave nc’era nn’ ommu stisu
de tredici parmi ‘mmenzu misurati,
la mamma li lassò nnu bruttu fatu:
ogni quartu d’ura vole cotulatu.
 
Se vota lu nachiru, facci de ‘mpisu:
“Azzàmu st’ ommu ca stane curcatu!”
 
Vota muledda mia, vota e camina,
La biava te la do senza misura.
 
Ddu me scinnisti ntra sta rutta scura
Ci notte e giurnu la capu me gira!
 
Traduzione
Sono in tanti ad elogiare il lavoro nel frantoio.
Ma lo elogia chi non ci ha mai lavorato
Quando entrai rimasi stupito per la quantità dei contenitori e dei mucchi di olive messi a terra.
Per tutta la notte non riuscì ad organizzarmi senza berretto in testa e pure stanco.
La prima notte non dormì neppure un’ora (persi il sonno)
la seconda non dormì ne mangiai (persi sonno e fame)
la terza notte persi proprio la testa.
In mezzo al frantoio che viene paragonato ad una nave “si stende una trave”,quella del torchio, lunga tredici palmi che doveva essere continuamente spinta dai frantoiani per pressare i fiscoli e far sgocciolare l’olio.
Il nachiro, con modi non tanto garbati urla:”Ammazzate questo che sta dormendo” per richiamare i frantoiani al loro dovere.
“Gira asina mia, gira e cammina che ti darò biada senza misura”.
Dove mi hai portato, in questa grotta scura;
dove notte e giorno la testa mi gira.  
 
L’equipe addetta al trappeto era composta da tredici persone, suddivise in due squadre. Le definizioni delle diverse mansioni riflettevano il doppio impiego invernale nel frantoio ipogeo estivo sulla nave del personale:
 
Il capo trappeto era il Nachiro e sulla nave il Nocchiero;
Il capo in 2° era Vice-Nachiro e sulla nave Vice-Nocchiero;
Il personale lavorante era la Ciurma, come sulla nave;

A riprova della fiorente attività frantoiana, la guida ha precisato che il territorio del comune di Presicce è, nel Salento, quello con il maggior numero di trappeti a grotta contandone, nel periodo di massima espansione, come documentato dal Sigliuzzo, in uno scritto inedito conservato presso la biblioteca comunale, il quale ritiene di poter affermare che nel 1600 Presicce contava ben 23 trappeti a grotta, dei quali 17 padronali e 6 baronali.

 

 

 

 

 

 

 

Prima di tornare al punto di partenza, nella ormai familiare Piazza del Popolo, dove tra il XIV e il XV è databile la realizzazione di altri trappeti a grotta, con ingressi lungo l’attuale via A. Gramsci, la guida si è soffermata, con dovizie di particolari, sulla descrizione della più antica costruzione di Presicce: Casa Adamo Izzo che conserva, nella volta del cortile d’ingresso, tracce di un affresco con la battaglia di Lepanto. Si è poi congedata e affidato il gruppo alla nuova guida per completare la visita con la Chiesa di Santa Maria degli Angeli con annesso Convento dei Padri Riformati.  Il complesso è ubicato fuori dal centro abitato, sul luogo dove sorgeva l’abitato medievale di Pozzo Magno (o Pozzomauro) distrutto dai saraceni nel XV secolo.

 

 

 

 

 

 

L’attuale chiesa è sorta sul sito di un antico edificio sacro databile al XII-XIII secolo. L’edificazione della nuova chiesa è legata secondo la tradizione a due eventi prodigiosi avvenuti nel 1596 che la guida ha tenuto a sottolineare essere espressione di atti di fede; alla presenza di un’immagine della Vergine che invita un contadino a farsi portavoce della ricostruzione dell’edificio e alla guarigione di un cieco. Nel 1598, su progetto del barone di Presicce Filippo De Cito che era anche architetto, si dà avvio alla riedificazione della chiesa. Nel 1603, con l’insediamento dei Padri Riformati si edifica ex novo il convento.
La chiesa, con pianta a croce latina commissa (cioè a T) a un’unica navata, presenta una copertura con volte a crociera attraversate da costoloni a festoni e riccamente decorate da stucchi settecenteschi. Lungo le pareti della navata sono addossati otto altari dedicati alla Natività, all’Adorazione dei Magi, a Sant’Oronzo e a san Pasquale Baylon sul lato destro; alla  sul lato sinistro. Nel transettoDeposizione di Gesù, alla Madonna di Costantinopoli, al Crocifisso e a san Gerolamo sono presenti gli affreschi più antichi della chiesa, segno evidente dei resti dell’antica struttura. Si tratta di opere pittoriche di fattura bizantineggiante databili tra il XII e il XIV secolo e che raffigurano un santo con la barba, una Madonna col Bambino e altre figure di difficile comprensione. Sempre nel transetto, tra dipinti di epoca seicentesca, vi è l’immagine di un’altra Madonna col Bambino del XV secolo che è l’immagine dell’evento miracoloso. Dall’altare maggiore si accede a due porte che conducono al coro e nel quale è possibile vedere le porte murate che mettevano in comunicazione l’edificio sacro con il convento. Il convento è distribuito intorno al chiostro con pozzo centrale che presenta alcuni dipinti murali di scuola francescana. Al piano terra sono il refettorio e le stanze necessarie per le attività dei frati; al piano superiore, lungo il corridoio, si affacciano le celle dei monaci e altri ambienti. Soppresso nel 1866, il complesso conventuale cadde in un profondo abbandono e fu oggetto di numerosi furti.

P. Grasso