Quando domenica 4 dicembre i soci del Circolo Tadem si sono ritrovati a
Tuglie, per una visita guidata in programma, nessuno dei partecipanti poteva
immaginare quale “gioiello” fosse racchiuso all’interno della cittadina
salentina.
Il Museo della Radio merita appieno l’appellativo che più sopra ho usato. Ad
accogliere il gruppo davanti al portone d’ingresso del Museo una cordialissima
guida, che si è scoperto, in seguito, essere il collezionista-curatore della
mostra, in quanto gli oggetti esposti rappresentano il frutto di quarant’anni
di ricerche che gli hanno consentito di allestire, supportato dall’
Amministrazione, un museo di tale importanza che travalica, per la mole di
materiale esposto, i confini del piccolo centro del Tacco d’Italia.
Dopo una breve introduzione sulle vicende che hanno portato alla creazione del
Museo, la guida ci ha descritto una delle prime invenzioni presenti in una
delle numerose teche – che fanno bella vista di sé anche nell’arredo – la pila
di Volta: a dimostrazione della capacità inventiva dei nostri più illustri
scienziati del passato. Seguendo un itinerario cronologico che ci ha portato
alle più recenti invenzioni in tema di radio e tele- comunicazioni, partendo
dal primo telegrafo che la guida ha messo in funzione con una breve
trasmissione in alfabeto Morse, sottolineando come la maggior parte delle
apparecchiature siano perfettamente operative e che questo aspetto rappresenta
un “valore aggiunto” della corposa collezione del Museo Tugliese.

 


Terminata la visita al Museo della Radio, non senza essersi complimentati per
l’accuratezza e completezza della raccolta, il gruppo ha proseguito – preso in
consegna da un’altra guida – con la visita di un insediamento rupestre e del
Palazzo Ducale che accoglie, in alcune sale, il Museo della Civiltà Contadina.
Conserva in 16 sale una cospicua raccolta di testimonianze della civiltà
contadina dal XVII secolo alla seconda guerra mondiale. Sono esposti gli
attrezzi di lavoro del contadino, del falegname, del bottaio, del fabbro, del
maniscalco, del carpentiere, oggetti di uso quotidiano e giochi dei bambini. In
un ambiente, adibito a lavanderia, sono raccolti gli oggetti tipici che
servivano per il bucato in tempi non molto lontani e che alcuni dei
partecipanti non hanno avuto difficoltà a riconoscere: “lu cofanu”, “li
llaturi”, “le pile”, “lu sapune”, ecc. In altri ambienti oggetti di vario
genere e attinenti a diverse attività lavorative esposti in realtà un po’ alla
rinfusa, così come anche la guida ha tenuto a precisare a causa della mancanza
di fondi.
Nell’ultima sala oggetto della visita, che definirei “La sala del Camino” per
la presenza ovviamente di un enorme camino, si era tenuta poco prima dell’
arrivo dei Soci del Circolo una conferenza su: “DEGUSTAZIONI ED ITINERARI
ENOGASTRONOMICI” con l’assegnazione dell’ Oscar alla Creatività,
all’Agriturismo Bernardi e al museo della civiltà contadina di Tuglie. Giuseppe
Bernardi, proprietario dell’omonima struttura ricettiva si dedica alla
bachicoltura per aiutare i bambini disabili. La sig.ra Bernardi, vedendo il
gruppo fortemente interessato a questa coltura, ne ha illustrato i tratti
salienti iniziando così: “Il baco da seta è un insetto che da adulto presenta
un aspetto completamente diverso da quello iniziale, per cui completa il suo
ciclo attraverso gli stadi di uovo, larva,crisalide,farfalla.
Giuseppe ripone le uova in un’incubatrice e i piccoli fagi crescono – in 30
giorni – di 8mila volte sia in termini di peso che di volume. Li copre con erba
secca e impiegano 3 giorni a costruire il bozzolo. Dopo 8/10 giorni bucano il
bozzolo e fuoriescono le farfalle che sopravvivono solo per 3 giorni.
Giuseppe Bernardi, aiutato dai bambini, immerge i bozzoli in acqua calda e
attraverso uno spazzolino e un arcolaio inizia la ricerca del bandolo della
matassina e iniziano a filare un filo lunghissimo, con la gioia e lo stupore
dei bimbi che scoprono che ogni bozzolo è costituito da un unico filo lungo 1
chilometro e mezzo”.

 Paesaggi marziani …….

Partiti dalla Chiesa dei Martiri di Otranto, luogo d’incontro, per il trekking
in programma, i soci del Circolo Tandem con l’esperta guida Paola, si dirigono
lungo una stradina in leggera salita alla volta della Torre del Serpe.
La Torre del Serpe (o Torre dell’Idro) è una torre di avvistamento sulla costa
salentina nei pressi di Otranto.
Si ritiene che la sua costruzione risalga al periodo romano e che la torre
avesse la funzione di faro, fu restaurata in età federiciana in seguito ad un
potenziamento strategico voluto dallo stesso Federico II. Il nome è legato a
un’antica leggenda che racconta di un serpente che ogni notte saliva dalla
scogliera per bere l’olio che teneva accesa la lanterna del faro. Un’altra
leggenda narra che pochi anni prima della presa di Otranto nel 1480 i saraceni
si erano diretti verso la città salentina per saccheggiarla, ma anche in
quell’occasione il serpente, avendo bevuto l’olio, aveva spento il faro. I
pirati senza punti di riferimento passarono oltre e attaccarono la vicina
Brindisi.
“Quella torre sta lì, in piedi per miracolo, soltanto per far paura alla
gente. E’ il simbolo della città, forse è quella che si può vedere sullo
stemma. Ma è il simbolo autentico: una parte di torre vera, visibile,
esistente, l’altra fantasma, invisibile. Riguardo al serpente, non c’è più olio
da bere”. (da: Otranto di Roberto Cotroneo)
Rientra nella categoria delle torri a base circolare e forma tronco-conica:
parzialmente diroccata, è visibile una sola parete e la scarpa, ovvero
l’ampliamento del basamento per dare una maggior superficie di appoggio alle
murature che si ergono in altezza. Questa torre è costantemente presente
nell’immaginario di questi luoghi, tanto da essere entrata nello stemma della
città di Otranto dove è rappresentata con un serpente nero che l’avvolge.

Dalla Torre del Serpe, il gruppo si dirige alla volta della cava abbandonata
di bauxite la cui  attività di estrazione è stata attiva dal 1940 al 1976 per
la produzione dell’alluminio. Si possono, infatti, notare, lungo le pareti
della cava e tutt’intorno, i noduli del minerale che, frammisti al terreno
ricco di minerale ferroso, danno alla zona una colorazione di un rosso cupo che
richiama paesaggi marziani. Le acque meteoriche col tempo hanno riempito l’
invaso formando un laghetto di tipo montano. La miniera, a cielo aperto, non è
stata sottoposta a processo di recupero ambientale, e lo scavo è stato riempito
dalle acque naturali. Si è così creato un piccolo ecosistema lacustre, che
costituisce un efficace esempio di ri-naturalizzazione spontanea di un ambiente
antropizzato. Lo spettacolo unico della cava di bauxite lascia il posto alla
Baia dell’Orte, quel tratto di costa a sud di Otranto che si estende da “Punta
Facì” a “Punta Palascia”, estremo lembo orientale d’Italia. Il mare
cristallino, le rocce a tratti inaccessibili, le pinete e la macchia
mediterranea retrostante così come la rassicurante quanto selvaggia presenza
dello storico faro della Palascia (recentemente ristrutturato), ne fanno uno
tra i posti più spettacolari del Salento. Il percorso si presenta accidentato
tra la vegetazione, a tratti ridotta a sterpaglie rinsecchite e bruciacchiate,
e stretti sentieri sulle pareti di roccia a picco sul mare alla volta della
Torre della Palascia. Dopo una breve sosta per il picnic, il gruppo però, viste
le condizioni meteo che minacciavano un’imminente pioggia, decide di tornare
sui propri passi, rimandando la visita della Palascia in primavera. Una volta
tornati alla Chiesa dei Martiri, alcuni soci decidono di raggiungere in
macchina Torre Pinta per una visita fuori programma di un luogo tanto
misterioso quanto affascinante.

Torre Pinta
A poca distanza da Otranto, immersa negli uliveti secolari di quella che viene
detta la “valle delle memorie”, su un rialzo collinare del terreno c’è “Torre
Pinta“.
“Sapete come rimbomba il cuore quando ci si china per entrare nello stretto e
basso corridoio dell’ipogeo che sta a Torre Pinta? Al centro della valle delle
Memorie, a un paio di chilometri soltanto dalla città, ma in un luogo che pare
isolato da tutto. Il cuore si fa vivo all’improvviso, accelerando i battiti,
facendo pulsare le vene dei polsi fino a sollevarle”. (da: Otranto op. cit.)
L’IPOGEO
La torre sorge su una struttura ipogea (sotterranea) di forma circolare
scavata nella roccia di cui la torre è il prolungamento verso l’alto. La camera
ipogea sotto la torre è raggiungibile attraversando una galleria (dromos) che è
alla base della collinetta su cui sorge la torre. Per quanto riguarda l’ipogeo
ha una pianta a croce latina di cui la galleria, lunga 33 metri, è il braccio
lungo. Entrando dalla galleria si apre un modesto vano circolare con un camino,
e da qui 3 piccoli ambienti con volta semicircolare che sono i bracci corti
della croce latina. Anche il vano aveva una volta che è crollata nel 1700 ed è
stata fu sostituita dalla torre colombaia. La funzione della struttura è
incerta. Molto probabilmente il complesso nel tempo ha modificato la sua
struttura e il suo utilizzo. Secondo l’ipotesi più accreditata la struttura ha
origine messapica, infatti, vi è un forno che poteva essere utilizzato per la
cremazione o per i sacrifici e molte piccole celle (anche nel dromos) che
potevano essere urne. Di certo su questa struttura si sa che era su un terreno
amministrato dal vicino Monastero di Casole.

P.N.G.                      18.12.2011

Percorso: alternanza di strade asfaltate e sterrato semi-avventuroso.
Lunghezza percorso: 15 Km

“Dai Laghi Alimini a Torre dell’Orso

L’itinerario proposto nel mese di novembre, “dai laghi Alimini a Torre
dell’Orso”, può essere considerato come uno dei più suggestivi. La bellezza
paesaggistica, la costa rocciosa con le sue numerose calette, dove il mare si
tinge di un luminoso colore verde smeraldo, si presenta incantevole ai nostri
occhi, ma da queste rocce, dai ruderi delle torri riemerge il passato
tragico che vide Otranto ed i suoi abitanti, nel lontano 1480, soccombere alla
violenza dei Turchi.

Il nostro trekking, molto slow, prende inizio dai Laghi Alimini, camminando
lungo la spiaggia notiamo lo scuro arenile di sabbia vulcanica e le imponenti
dune dove però la mano dell’uomo, per niente rispettosa, lascia il suo segno
alquanto oltraggioso. Si prosegue lambendo i ruderi di Torre Fiumicelli
costruita tra il 1580 e 1585, tipico insediamento difensivo voluto da Carlo V,
per giungere a Frassanito, famosa meta per gli amanti degli sport
acquatici, surf e kite-surf, si abbandona la costa per proseguire nel bosco.
Rossi corbezzoli e violastre more mature e succose, funghi dai vari colori e
specie attraggono l’attenzione; terminata la vegetazione boschiva e ritornando
sul sentiero che costeggia l’ Adriatico ci ritroviamo ad osservare una costa
totalmente differente dalla precedente, in cui una scogliera alta e a picco
sul mare offre una varietà di insenature, baie e spiagge . Si prosegue sino a
Torre Sant’Andrea, godendo di un panorama mozzafiato con vista sui
faraglioni, dopo una breve sosta per rifocillarsi si continua sino a Torre
dell’Orso dove ha termine il trekking. Le foto scattate da gran parte dei
partecipanti vogliono suggellare lo splendore e l’unicità del panorama .
Angela Durante

L’itinerario si sviluppa su circa 10 km, totalmente pianeggiante seguendo
un sentiero pre-esistente e poco impervio.

Appunti
Torre Fiumicelli: di essa è rimasto ben poco, si pensa che in origine si
trovasse a circa cinque metri sopra il livello del mare a ridosso di una
imponente duna, con l’innalzamento del mare oggi i ruderi sono lambiti dalle
sue onde. Sita in prossimità della spiaggia Frassanito si presenta con pianta
quadrata con basamento tronco-piramidale. Fu costruita tra il 1580 e il 1585,
il maestro Martino Cayzza la edificò utilizzando blocchi di pietra arenaria.
Torre Sant’Andrea: fu edificata nel lontano 1567 dal maestro Vittorio Renzo di
Lecce, che ricevette 100 ducati per la sua costruzione. Oggi trasformata ed
adibita a faro come aiuto per i naviganti, della vecchia struttura non si
riconosce più nulla.

Domenica 13 novembre i soci e simpatizzanti del Circolo Tandem si sono ritrovati in Piazza del Popolo cuore del centro antico di Presicce per una visita guidata della cittadina, ricca di storia e di testimonianze culturali e architettoniche.

L’attenta ed esperta guida ha condotto il nutrito gruppo alla scoperta dei tesori architettonici iniziando con il Palazzo Ducale che domina con la sua mole la piazza antistante. Ha iniziato dalle più antiche notizie dell’edificio che sono di epoca normanna, ma a difesa dei primi nuclei abitativi, probabilmente in epoca bizantina, venne realizzato un primo castrum. L’attuale Palazzo Ducale, quindi, ingloba le testimonianze di oltre mille anni di storia. L’edificio presenta una struttura massiccia, lineari prospetti scanditi e alleggeriti dalle soluzioni d’angolo, le eleganti finestre architravate di gusto rinascimentale, l’ampia loggia, costituita da tre archi a tutto sesto riccamente decorati. Le coperture degli ambienti interni sono generalmente voltate a botte e a spigolo, una grande scala reca una copertura lignea a capriate.

 

Palazzo Ducale

Il primo piano del Palazzo ospita un interessante Museo della Civiltà Contadina (in sigla MdCC), dove sono raccolti oggetti di antichi mestieri, che molti dei presenti hanno facilmente riconosciuto, o perché parte di un bagaglio personale di conoscenze o perché visti adoperare, in età giovanile, nelle tante botteghe artigiane vicine, se non affianco, alla propria abitazione. La raccolta è stata incentivata dalle donazioni di privati cittadini.

In una sala erano esposti gli strumenti tipici della molitura delle olive di cui Presicce è stata, per un lunghissimo periodo, al centro di una fiorente attività (torneremo sull’argomento più avanti con dovizie di particolari). Nella stessa teca trovavano posto alcuni attrezzi per la mietitura del grano e altri cereali.

Per completezza di notizie la guida ha aggiunto che in tutto la collezione comprende circa 300 pezzi, distribuiti all’interno di sale tematiche: “la stanza del fuoco, la stanza dell’acqua, la stanza della terra, la stanza del tempo”, contenenti attrezzi da lavoro e suppellettili appartenuti a contadini, maniscalchi, falegnami, fabbri, bottai, ciabattini, muratori, frantoiani, tessitrici. Tra gli oggetti di particolare valore si segnalano: alcuni setacci per farina, olive, legumi; un aratro in legno; attrezzi per la mietitura; un telaio. Di recente è stato restaurato e acquisito l’antico orologio del campanile della  Chiesa Matrice, fabbricato nel 1879.

La tappa successiva  è  stata il Giardino  Pensile situato nello stesso Palazzo, dal  quale si domina gran parte del centro antico; qui la guida si è soffermata  a raccontare un episodio, tra  storia  e  leggenda, sul motivo  che ha portato i  presiccesi ad essere noti  nel Salento  coll’epiteto  non  troppo esaltante di “Mascarani”.

Percorrendo l’asse viario storicamente e architettonicamente rilevante sul quale si affacciano Palazzo Valentini di Castromediano e Palazzo Lia, solo per citarne alcuni, la guida ha condotto il gruppo a visitare prima una tipica casa a corte e poi un caratteristico frantoio con una duplice particolarità: essere del tipo semipogeo (cioè scavato in parte sotto il piano stradale e in parte costruito in muratura) ed essersi conservato nelle strutture lignee. E’ seguita la descrizione della lavorazione delle olive che partendo dalla “prima spremitura” e passando attraverso fasi successive si arriva al prodotto finito: l’olio cosiddetto “lampante” che era destinato all’esportazione per l’illuminazione.

Uno degli ultimi nachiri ha composto questi versi:
 
Ci cchiù me lu vanta lu trappitu…
Me lu vantava ciunca nu nc’era statu.
Quannu trasii rrumasi stupitu:
li conzi ‘nterra e le manne sparrate,
tutta la notte comu nnu spianditu
senza coppula ‘ncapu, puru squasatu.
La prima notte me persi lu sonnu,
la secunna lu sonnu e l’appititu
e la terza le cervelle de la capu.
 
Mmenzu la nave nc’era nn’ ommu stisu
de tredici parmi ‘mmenzu misurati,
la mamma li lassò nnu bruttu fatu:
ogni quartu d’ura vole cotulatu.
 
Se vota lu nachiru, facci de ‘mpisu:
“Azzàmu st’ ommu ca stane curcatu!”
 
Vota muledda mia, vota e camina,
La biava te la do senza misura.
 
Ddu me scinnisti ntra sta rutta scura
Ci notte e giurnu la capu me gira!
 
Traduzione
Sono in tanti ad elogiare il lavoro nel frantoio.
Ma lo elogia chi non ci ha mai lavorato
Quando entrai rimasi stupito per la quantità dei contenitori e dei mucchi di olive messi a terra.
Per tutta la notte non riuscì ad organizzarmi senza berretto in testa e pure stanco.
La prima notte non dormì neppure un’ora (persi il sonno)
la seconda non dormì ne mangiai (persi sonno e fame)
la terza notte persi proprio la testa.
In mezzo al frantoio che viene paragonato ad una nave “si stende una trave”,quella del torchio, lunga tredici palmi che doveva essere continuamente spinta dai frantoiani per pressare i fiscoli e far sgocciolare l’olio.
Il nachiro, con modi non tanto garbati urla:”Ammazzate questo che sta dormendo” per richiamare i frantoiani al loro dovere.
“Gira asina mia, gira e cammina che ti darò biada senza misura”.
Dove mi hai portato, in questa grotta scura;
dove notte e giorno la testa mi gira.  
 
L’equipe addetta al trappeto era composta da tredici persone, suddivise in due squadre. Le definizioni delle diverse mansioni riflettevano il doppio impiego invernale nel frantoio ipogeo estivo sulla nave del personale:
 
Il capo trappeto era il Nachiro e sulla nave il Nocchiero;
Il capo in 2° era Vice-Nachiro e sulla nave Vice-Nocchiero;
Il personale lavorante era la Ciurma, come sulla nave;

A riprova della fiorente attività frantoiana, la guida ha precisato che il territorio del comune di Presicce è, nel Salento, quello con il maggior numero di trappeti a grotta contandone, nel periodo di massima espansione, come documentato dal Sigliuzzo, in uno scritto inedito conservato presso la biblioteca comunale, il quale ritiene di poter affermare che nel 1600 Presicce contava ben 23 trappeti a grotta, dei quali 17 padronali e 6 baronali.

 

 

 

 

 

 

 

Prima di tornare al punto di partenza, nella ormai familiare Piazza del Popolo, dove tra il XIV e il XV è databile la realizzazione di altri trappeti a grotta, con ingressi lungo l’attuale via A. Gramsci, la guida si è soffermata, con dovizie di particolari, sulla descrizione della più antica costruzione di Presicce: Casa Adamo Izzo che conserva, nella volta del cortile d’ingresso, tracce di un affresco con la battaglia di Lepanto. Si è poi congedata e affidato il gruppo alla nuova guida per completare la visita con la Chiesa di Santa Maria degli Angeli con annesso Convento dei Padri Riformati.  Il complesso è ubicato fuori dal centro abitato, sul luogo dove sorgeva l’abitato medievale di Pozzo Magno (o Pozzomauro) distrutto dai saraceni nel XV secolo.

 

 

 

 

 

 

L’attuale chiesa è sorta sul sito di un antico edificio sacro databile al XII-XIII secolo. L’edificazione della nuova chiesa è legata secondo la tradizione a due eventi prodigiosi avvenuti nel 1596 che la guida ha tenuto a sottolineare essere espressione di atti di fede; alla presenza di un’immagine della Vergine che invita un contadino a farsi portavoce della ricostruzione dell’edificio e alla guarigione di un cieco. Nel 1598, su progetto del barone di Presicce Filippo De Cito che era anche architetto, si dà avvio alla riedificazione della chiesa. Nel 1603, con l’insediamento dei Padri Riformati si edifica ex novo il convento.
La chiesa, con pianta a croce latina commissa (cioè a T) a un’unica navata, presenta una copertura con volte a crociera attraversate da costoloni a festoni e riccamente decorate da stucchi settecenteschi. Lungo le pareti della navata sono addossati otto altari dedicati alla Natività, all’Adorazione dei Magi, a Sant’Oronzo e a san Pasquale Baylon sul lato destro; alla  sul lato sinistro. Nel transettoDeposizione di Gesù, alla Madonna di Costantinopoli, al Crocifisso e a san Gerolamo sono presenti gli affreschi più antichi della chiesa, segno evidente dei resti dell’antica struttura. Si tratta di opere pittoriche di fattura bizantineggiante databili tra il XII e il XIV secolo e che raffigurano un santo con la barba, una Madonna col Bambino e altre figure di difficile comprensione. Sempre nel transetto, tra dipinti di epoca seicentesca, vi è l’immagine di un’altra Madonna col Bambino del XV secolo che è l’immagine dell’evento miracoloso. Dall’altare maggiore si accede a due porte che conducono al coro e nel quale è possibile vedere le porte murate che mettevano in comunicazione l’edificio sacro con il convento. Il convento è distribuito intorno al chiostro con pozzo centrale che presenta alcuni dipinti murali di scuola francescana. Al piano terra sono il refettorio e le stanze necessarie per le attività dei frati; al piano superiore, lungo il corridoio, si affacciano le celle dei monaci e altri ambienti. Soppresso nel 1866, il complesso conventuale cadde in un profondo abbandono e fu oggetto di numerosi furti.

P. Grasso

L’esposizione è incentrata su un rinvenimento eccezionale effettuato a Supersano (LE) dal Prof. Arthur e dalla sua équipe durante la campagna di scavo del 2007, condotta anche grazie al contributo finanziario del Comune di Supersano. Qui è stato indagato un pozzo per attingere acqua, con all’interno un deposito di materiali organici, databili al VII-VIII secolo e perfettamente conservati: semi, porzioni di frutto e manufatti lignei, oltre a materiali ceramici. Il pozzo è in un’area occupata in età bizantina da un villaggio scoperto nel 1999. La mostra presenterà la vita quotidiana nel villaggio e le attività produttive della comunità ivi insediata. Quindi farà conoscere da vicino il contesto del pozzo e i materiali rinvenuti all’interno di esso, il cui studio ha reso possibile la ricostruzione dell’ambiente e del paesaggio intorno all’antico Bosco di Belvedere. L’eccezionale rinvenimento di vinaccioli non combusti ha consentito lo studio del DNA di questi resti vegetali. Le analisi condotte presso l’Istituto “Ancient DNA” di Copenhagen hanno permesso di risalire alla varietà del vitigno coltivato a Supersano nel Medioevo. La ricerca per la prima volta ha chiarito le modalità di produzione del vino nel Salento durante l’età bizantina. La mostra è realizzata dal MUSA, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologica della Puglia, nell’ambito del progetto “Dal Salento all’Oriente mediterraneo. Recenti ricerche di storia antica ed archeologia dell’Università del Salento”, cofinanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio. ( tratto dal blog “Archeologia” ). 

La scoperta

“In un torrido luglio del 2007 siamo riusciti, dopo tre anni di attesa, a svuotare il pozzo di età bizantina rinvenuto negli scavi archeologici a Supersano. Ad una profondità di quasi quattro metri, raggiunta la falda acquifera, il “tappo” di tereno  denso e compatto che sigillava il pozzo è diventato melma. Ed era in questo strato, impregnato d’acqua , che si nascondeva il nostro tesoro : un rinvenimento subacqueo su terra ferma, composto letteralmente da migliaia di chicchi d’uva, scarti di potatura della vite, legumi, frammenti di steli e spine, foglie e qualche oggetto in legno, il tutto databile, grazie alle analisi di radiocarbonio, intorno all’ VIII secolo dopo Cristo”…. 

 Così  P. Arthur e G. Fiorentino raccontano l’eccezionale rinvenimento del pozzo di Supersano in un area occupata, in età bizantina, da un villaggio già scoperto nel 1999.

curatori: Prof. Paul Arthur e Prof. Girolamo Fiorentino

Il  MUSA, Museo Storico – Archeologico dell’ Universita del Salento  inaugurato nel 2007,   ha sede presso il Complesso “  Studium 2000 “ in  Lecce.  Si sviluppa in circa 450 mq, ripartiti in cinque sale  secondo un ordine  tematico – cronologico, partendo da Preistoria giungendo al Medioevo.  La particolarità del MUSA  consiste nell’ avvalersi di tecniche e strumenti innovativi, in cui l’esposizione dei reperti  è coadiuvata  da riproduzioni e ricostruzioni di contesti archeologici, avvalendosi di plastici, calchi, in 2 D e 3D. In tal modo l’area espositiva genera interesse  e svolge interamente il suo compito divulgativo e didattico avvalendosi anche delle esposizioni dettagliate della direttrice. 

Angela Durante

riproduzione dei materiali rinvenuti nel pozzo

ricostruzione del pozzo, (sezione longitudinale)

” Un salto attraverso immagini inedite nel passato recente di un insediamento agricolo autoctono”…

 

 

La locuzione Monteruga accenna a colle solcato da un fosso.

Prima della nascita, a metà degli anni ’20 del Novecento, dell’Azienda agraria, Monteruga viveva la tipica esistenza della masseria cerealicola-pastorale. I terreni macchinosi si distendevano per buona parte della proprietà come ci attesta la documentazione superstite del 1855. Il suo inserimento nel disegno della bonifica integrale incentivata dal fascismo, pose la zona al centro di un timido processo di dinamizzazione socio-produttiva che interessò – in misura diversa – gli agri di Nardò, Salice Salentino e Veglie.

Un primo tentativo di trasformazione fondiaria in Arnèo, di concezione centralistica, per opera della Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazione (S.E.B.I.) mirava ad impiantare linee elettro-agricole nell’Alto Arnèo, in località Monteruga. Allo scopo di attirare capitale statale per rafforzare la sua penetrazione nel settore dei lavori della grande irrigazione, acquistò il 23 marzo 1926, da Giuseppe Vaglio Massa, le masserie “Monteruga” e “Pigna” site negli agri di Nardò e Veglie. L’accorpamento a questa prima quota (circa 415 ettari) di quattro minori proprietà, tra loro confinanti, dei marchesi Bernardini-Mandoj, portò la superficie interessata agli esperimenti aziendali a 1025 ettari.

In pieno periodo “ruralista” e di “sbracciantizzazione” si esercitò nella neonata Azienda Monteruga un primo frazionamento fondiario che non fu esente da pesanti vincoli per le famiglie coloniche da insediare. Tenendo conto del contesto territoriale fatto di una deficiente viabilità – che serviva un insediamento sparso soggiogato dal latifondo nudo e cespugliato con chiazze a seminativo estensivo – la S.E.B.I., nel 1927, predispose un articolato programma di trasformazione dei fondi. Esso s’incardinò sulla crescita di una borgata rurale: 18 fabbricati per alloggio di 30 famiglie. Per agevolare la stabile presenza dei contadini, s’idearono gli elementi-base per un’urbanizzazione minima, socialmente aggregante: la scuola, l’ambulatorio, la casermetta dei carabinieri e le varie strutture di servizio per la vita produttiva (forno, mulino, lavatoi, negozio e stalle per i bovini).

I criteri che furono pensati per la “cittadella” (e che presupponevano la modificazione in “aziende sperimentali” e “fattorie modello” delle masserie ricadenti nell’ambito della proprietà), in definitiva, non differivano di molto, a parte la scala di grandezza, dai principi guida di natura autoritaria e repressiva che dovevano presiedere alla creazione delle “città-ghetto” dell’agro pontino. Anche per la S.E.B.I. si doveva ottenere, difatti, il trasferimento di masse di contadini poveri e di braccianti in centri rurali “chiusi” dando luogo ad una colonizzazione “forzata”, sotto la supervisione di tecnici la cui visione era caratterizzata da un esasperato giacobinismo dirigistico.

L’Azienda agraria di Monteruga nacque allora come nucleo-avamposto della prospettata bonifica dell’Arnèo. La tenuta fu – inizialmente – ripartita in otto poderi condotti a mezzadria e in tre pastorali. In seguito furono fatte prove d’impianto di colture innovative per l’Arnèo cerealicolo si eseguirono in talune porzioni fondiarie. Giovani vigneti si consociarono ai tradizionali olivi.

A ogni buon conto, la meccanizzazione e il rinnovamento delle tecniche di coltivazione, da sole, non potevano rappresentare – in mancanza di una cornice istituzionale che prevedesse la ridefinizione dei patti colonici e un più facile accesso al credito agrario e alla proprietà piccolo-coltivatrice – la soluzione per i mali storici dell’Arnèo. L’aumento della superficie a colture erbacee, l’incremento di quelle arboree e l’incentivazione dell’industria zootecnica, senza il regime della conduzione diretta dei fondi, solo lavorati dalla famiglia contadina, non conducevano al riscatto sociale della classe rurale. In seguito  alle lotte contadine al principio del decennio dei ’50 con le occupazioni dei latifondi e la presa di possesso della proprietà terriera da parte dei salariati agricoli prima e la Riforma fondiaria poi, aprirono la strada all’intervento riformatore che, nella cornice normativa che lo permetteva, si dispiegò con la colonizzazione e l’appoderamento, che avviò il processo  della diffusione della piccola proprietà contadina.

Monteruga è stata abitata fino agli anni ’80, contando una popolazione di alcune centinaia di unità, quando l’attrattiva della città e la comodità delle auto spopolò la campagna salentina. La storia di Monteruga come centro abitato termina con la privatizzazione dell’azienda agricola; restano, a testimonianza di un recente passato, gli con la privatizzazione dell’azienda agricola; restano, a testimonianza di un recente passato, gli alloggi, la scuola, la piazza centrale e la chiesa.

Da “Veglie l’Arnèo e Monteruga” di Michele Mainardi

 

 

Non c’è traccia nella loro memoria dell’epica “Arneide” di Vittorio Bodini, delle rivolte condotte dai braccianti a bordo di vecchie corriere, dei roghi di biciclette che ferirono i “facinorosi” quanto, se non più, la perdita di un figlio. I ricordi di Elio e Adriana Diso, eredi del fattore Pippi nella Società elettrica per bonifiche e irrigazioni, meglio conosciuta con l’acronimo Sebi, parlano invece di infanzia spensierata a Monteruga, dell’aroma del tabacco steso al sole ad essiccare, delle feste patronali attese da grandi e bambini.
Storie. La storia di Monteruga, dei figli della “terra della lotta” nel piccolo villaggio contadino in agro di Veglie, nel cui nome è ancora conservata l’immagine “grinzosa” dell’Arneo, “il grosso bubbone sull’incrocio delle tre province che formano il Salento”, secondo una definizione cara all’ispanista e poeta leccese. Proprio su questo “colle increspato”, alla fine degli anni Venti, germogliò il distretto agricolo della Sebi, per distribuire la luce elettrica negli agri acquitrinosi dell’Arneo, nei territori di Veglie, Guagnano, Carmiano, Novoli, Salice, San Pancrazio e Copertino; una vocazione “progressista” conservata anche nel dopoguerra, grazie al vessillo dell’Ente Riforma che permise all’azienda di ingrandirsi fino a superare i mille ettari e diventare una “colonia” autosufficiente e autonoma. Di fatto, lo “Stravillaggio” era dotato di ogni servizio, per questo motivo raramente i suoi abitanti sentivano il bisogno di recarsi nei paesi vicini, in sella a “bipedi” scampanellanti.
Ma prima ancora dell’avvento della luce elettrica, questo, un tempo, era regno di mulattiere, paludi, masserie fortificate e arcate aperte tra le recinzioni per pascolare gli armenti. Eppure, se si spinge lo sguardo sul verde tiziano delle pianure che incorniciano l’azienda, sorgono dubbi sull’autenticità del toponimo, sulla vera natura di un paesaggio che, prima negli anni del “ruralismo” e più tardi con la Riforma agraria messa in atto nel dopoguerra, ha subito trasformazioni tali da perdere gli elementi forti della sua identità, spianata addirittura dalla dinamite.
Adriana bambina, tra le tante tracce che la legano allo “Stravillaggio” di Monteruga, serba memoria dell’eco degli esplosivi lasciati brillare, alle prime luci dell’alba, per smottare il tappeto roccioso che impediva la coltura degli ulivi: il suo sorriso, mentre ancora curva le spalle al ricordo di quel frastuono lontano, non tradisce afflizione per le prepotenze sulla natura, bensì la lucida emotività su cui si cavalca la nostalgia del tempo. Dalle parole di Elio e Adriana non traspare “l’utopia sconfitta”, la percezione di un “esperimento fallito, frutto del dirigismo politico” per usare definizioni storiografiche; al contrario, le loro testimonianze parlano di vita quotidiana, della storia di una comunità autosufficiente che questi figli delle lotte politiche, hanno visto crescere, trasformarsi, serrare i cancelli durante la prima metà degli anni Ottanta per poi diventare una tenuta privata, dove non è più permesso passeggiare tra le strade, ormai sconnesse, e i portici dell’azienda rurale alle porte di San Pancrazio Salentino.
Per non dissipare i ricordi Adriana ammette di custodire da tempo un taccuino in cui annota le piccole e grandi tappe che hanno segnato la sua vita a Monteruga perché teme di dimenticare, confessa, i rituali del quotidiano riemersi, una calda sera d’agosto, con “Rivivendo Monteruga”, una festa organizzata da Elio all’interno della masseria Zanzara quando oltre quattrocento persone arrivarono dall’intera provincia, addirittura dall’estero. Elio non nasconde la propria soddisfazione nell’essere stato l’artefice di quella serata “storica”, a cui non rinunciò nemmeno la vedova del dirigente-capo d’azienda, la “Signora venuta da Firenze col bastone”; il piacere per aver organizzato un evento che ha permesso, dinanzi a fotografie in bianco e nero tirate fuori dai cassetti per l’occasione, di rievocare aneddoti, riabbracciare vecchi vicini, ma anche invecchiati compagni di gioco, regalando ai partecipanti l’illusione di poter arginare, almeno per una volta, il tempo.
Un paese nel paese: questo era Monteruga, dove tutto ruotava intorno alla “masseria grande” e a un imponente silos, oggi non più esistente, chiamato “lu turrinu” che, spiega Elio, “estraeva l’acqua dal sottosuolo e la distribuiva, con un sistema a cascata, nelle case e sulle coltivazioni di Monteruga”. Si trattava di un impianto all’avanguardia, acquistato dai dirigenti dalla “Ditta Garvens, per la maggiore convenienza del prezzo offerto” che, con un vero e proprio sistema d’aspirazione, riusciva a soddisfare il fabbisogno idrico di Monteruga, perché vi erano numerose cisterne ma “alla fine della primavera sono di solito esaurite e non si può fare alcun affidamento”, come lamentava già nel 1927 il Genio Civile in alcune relazioni tecniche. A riguardo, Adriana ricorda che bastava poco, anche una piccola disattenzione, per vedere fuoriuscire da “lu turrinu” l’acqua lungo un naturale canale di scolo che, soprattutto nel periodo estivo, era una vera e propria tentazione per i bambini sempre pronti a battagliare, tra il trambusto generale e l’improvvisa sospensione dei lavori, con artigianali galeoni di carta. Tornano anche alla mente dei due fratelli, il sapore alcalino del ghiaccio se, prima del passaggio in neviera, l’acqua della “torre” non era stata miscelata a dovere con il liquido delle cisterne, e il bubolare ipnotico degli abitanti del silos, i barbagianni, con le loro sciabolate d’ali a fendere l’aria notturna.
Monteruga disponeva anche di una foresteria, funzionante nel periodo estivo per i proprietari terrieri, di uno stabilimento vinicolo, dove campeggiavano popolari sentenze alle pareti (“Chi beve vino campa più a lungo / del medico che glielo proibisce”), e di abitazioni per i coloni, schierate sotto archi che si rincorrono sui tre lati di un ampio cortile, una piccola grande piazza in cui tutti si ritrovavano. “Una porta, una famiglia”, riepiloga Elio, “questa era la regola. All’interno abitavano coloni provenienti dai vari paesi dell’Arneo, Carmiano e Veglie ad esempio, ma anche da zone più distanti come Diso. Ogni casa era dotata di camere da letto e cucina, mentre il bagno, in comune, si trovava fuori”, racconta. E sorridendo aggiunge: “In qualità di figli de lu fattore Pippi, noi eravamo privilegiati perché avevamo il bagno personale in casa”. Non molto distante dai caseggiati dove risedeva anche la maestra, per garantire “l’igiene morale” del luogo, si legge nei documenti dell’epoca, si trovavano le aule della scuola elementare, gli uffici amministrativi, come lo studio in cui il padre di Elio e Adriana compilava i libri paga, il frantoio e un magazzino dei tabacchi, strutture ancora robuste che resistono al tempo e all’incuria.

In sostanza, Monteruga era sì un luogo di lavoro ma anche “la casa” per decine e decine di famiglie “appoderate” stabilmente tra gli ambienti dell’azienda, i cortili geometrici e gli uffici di questo Stravillaggio, che comprendeva anche le “consorelle” masserie Ciurli, Donna Aurelia, Fiuschi e Cacciatore (quest’ultima non più esistente), attrezzate con stalle, magazzini per macchinari e ricoveri di contadini che, in periodi particolarmente impegnativi come quelli della vendemmia e della raccolta delle olive, potevano dimorarvi per più giorni. “Ogni stagione era scandita da una mansione ben precisa”, rievoca Elio, “ad esempio, d’estate si procedeva all’essiccazione del tabacco. In questo periodo i cortili diventavano succursali a cielo aperto della manifattura: qui le ‘nserte’ venivano stese al sole sui taraletti”. E ricorda ancora, con un sorriso, l’agitazione che coglieva tutti, quando un temporale estivo minacciava il frutto di quel lavoro certosino e faticoso, e l’aroma inconfondibile, mista all’odore di terra umida e incenso degli abeti, che dai porticati si sprigionava nell’aria scura, mentre i bambini aspettavamo contriti e impazienti di riprendere le quotidiane attività, fatte di corse dietro un pallone.
Frugando nella memoria, Adriana aggiunge un ricordo doloroso al pensiero dell’opificio: “Ricordo il compito ingrato che spettava a nostro padre. Durante i periodi di lavorazione del tabacco, doveva presentarsi all’improvviso, portare con sé un sacchetto contenente due biglie, una bianca e una scura, aspettando all’uscita: prima di appendere i camici al chiodo, le donne, in fila, estraevano una sfera. Se nera, la tabacchina doveva sottoporsi ad una perquisizione, eseguita però da un’altra donna, per verificare che non avesse sottratto la benché minima quantità di tabacco al demanio statale”.
“Per il fabbisogno, come dire, personale”, precisa Elio, “c’era la possibilità di seminarlo nelle ‘rugghre’, ovvero delle ‘strisce’ di terreno, lunghe circa un metro, al massimo un metro e mezzo, dove i contadini piantavano anche grano oppure legumi. Le ‘rugghre’ servivano anche per coltivare nuove piante che, una volta raggiunta una certa altezza, erano trapiantate altrove. Anche questo seminativo era sottoposto al rigido controllo di fattori e amministratori: era vietato superare un numero prestabilito di piante e il ricavato andava spartito in ogni caso, al 40 e 60 per cento, tra il proprietario e l’azienda”.
Superato il recinto delle “rugghre”, a pochi metri dall’uliveto, dove si mimetizzavano le cornule e la cabina elettrica, cui bastava un fulmine a ciel sereno per interrompere la distribuzione di energia, fatto che scuoteva gli abitanti di Monteruga non meno dell’inondazione de “lu turrinu”, c’era anche un campo di bocce, abbellito con vasi di fiori e panchine in pietra, dove gli adulti concorrevano di precisione col boccino o chiacchieravano, assistendo alla gara in corso. Ma il luogo deputato al “riposo per eccellenza”, era il dopolavoro, chiamato “Lu Ralla”, una stanza segnalata da una lunetta sulla facciata dove si poteva giocare a carte, leggere rotocalchi, guardare i rari film in tv e l’atteso carosello dall’unico “apparecchio” del villaggio. Elio sorride: “Sembrava Nuovo Cinema Paradiso… Eppure, anche in questi momenti era impossibile azzerare certe gerarchie: quando si guardava il televisore sistemato sul piedistallo, le prime file erano riservate ai dirigenti, per diritto”. Lu Ralla era un luogo amato particolarmente dai bambini: ogni 17 gennaio, i dirigenti consegnavano palloni in cuoio, pistole e bambole per conto di Sant’Antonio Abate, protettore e titolare della chiesa di Monteruga. “Anche qui, io e Adriana eravamo privilegiati e ricevevamo i doni più costosi e belli. Ricordo ancora gli sguardi straniti degli altri ragazzi ma l’imbarazzo durava poco, giusto il tempo di raggiungere il cortile e dare inizio alla partita con un pallone nuovo di zecca”. “È vero”, sottolinea Adriana, “c’erano distinzioni. A pensarci, erano davvero brutte, però in molte occasioni l’etichetta non si rispettava. Durante le processioni o ai matrimoni, ad esempio, signore e tabacchine, dirigenti e coloni, camminavano a braccetto, per amicizia e stima”.
Tanti cortei hanno attraversato, infatti, lo “Stravillaggio”: religiosi, in onore del monaco Abate, ai quali gli abitanti di Monteruga si affidavano per la buona salute degli animali, la riuscita della raccolta e il funzionamento dei mezzi agricoli; per devozione al Corpus Domini, salutato dalle donne con la “dote”, il corredo realizzato in punta d’uncinetto, in bella mostra su fili di ferro che attraversavano da parte a parte le arcate del caseggiato; e, infine, nuziali, preceduti in nottata dalla serenata di fisarmonica, chitarra e voce della banda del paese, ora è il caso di dirlo, dove “c’era sempre qualcuno che suonava”. E a questo punto Adriana mostra fiera la fotografia in cui è immortalato il giorno più bello della sua vita, a braccetto con il padre che la accompagna all’altare, seguita da un piccolo corteo, chiuso da bambini curiosi, che attraversa il villaggio ornato da palme e aiuole sempreverdi.
Ora Monteruga è un villaggio “fantasma”: non risuonano più le serenate, le grida dei bambini durante le scampagnate o prima della partenza della “colonia”, il clacson delle corriere che accompagnavano all’alba i ragazzi più grandi alla stazione di San Pancrazio, il rombo della Vespa con in sella novelli sposi o lo strombazzare dell’auto del parroco che la domenica bussava porta a porta pur di richiamare i coloni ai propri doveri. Dappertutto è silenzio: un silenzio surreale per Elio e Adriana, che non possono far altro che smuovere le acque della nostalgia per “rivivere Monteruga”, a dimostrazione che non esiste una sola memoria “ufficiale” da preservare, ma tante, altrettanto vive, anche se meno epiche dell’aeroplano che fece la guerra ai contadini. Se raccolte, certe reminescenze possono aprire varchi in un luogo diventato ormai inaccessibile se non per i suoi nuovi padroni, diventare costruzioni fisiche nella mente, fatte di planimetrie e architetture, talvolta impreviste che si succedono nel tempo e nello spazio. Storie. La storia di Monteruga, il “quarto atto” di un passato che deve ancora passare, perché, come mise in guardia un cronista al tempo delle lotte per fame e libertà: “La gente legge, magari tace oggi, ma domani potrebbe ricordare” l’altra faccia di una terra che non fu solo patria di “briganti, canonici e comunisti”. Basta guardare una generazione più in là.

Da “Monteruga”
Storie contadine dall’aroma di tabacco
nel villaggio cuore dell’Arneo
di Valeria Raho

 

 

LA COLLEZIONE PALMIERI

clicca su per vedere tutta la Collezione

La Collezione Palmieri, composta in origine da sessantotto dipinti su
tela e piuttosto che per la qualità risulta importante per essere l’unica
collezione pubblica esistente in tutto il Salento. Per metà composta da tele di
discreta fattura di ambito napoletano tra Sei e Settecento, e per il resto
formata da opere devozionali e da copie e repliche di dipinti famosi.
La collezione si era formata con il ritorno a Lecce dei Gesuiti a cui era
stata affidata nel 1832 la direzione del Real Collegio di San Giuseppe,
istituito dai francesi nel 1807 in questo convento dopo la soppressione degli
ordini religiosi (solo nel 1861 sarà intitolato a Giuseppe Palmieri).
Nel 1872 per ampliare la piazzetta antistante il Collegio vengono demolite sei
cappelle della chiesa e i dipinti in essa contenuti vanno ad arricchire la
collezione.
Un altro gruppo di dipinti vi confluisce dopo il 1964, quando la chiesa viene
definitivamente chiusa al pubblico.
Si tratta perciò di una collezione dove alle committenze di francescani e
gesuiti si aggiungono, probabilmente donate dalle famiglie dei convittori,
dipinti con scene di battaglie e di paesaggi.
Sono stati passati in rassegna solo alcuni dei dipinti quali: scene di
battaglie di Francesco Graziani detto Ciccio Napoletano, la splendida tela del
pittore napoletano Agostino Beltrano con l’”Annuncio a Gioacchino”, lo
“Sposalizio Mistico di Santa Caterina” di Giuseppe Simonelli, la tela firmata
dal conterraneo Antonio Verrio con “San Francesco Saverio che appare al Beato
Mastrilli”, “Sant’Anna e la Madonna Bambina” dell’altro nostro conterraneo
Oronzo Tiso, “Sant’Andrea” del napoletano Francesco De Mura, per terminare l’
analisi iconografica e iconologica con la grande pala d’altare del pittore
fiammingo Wenzel Cobergher “San Silvestro Papa tra i SS. Vescovi Giuliano e
Basilio”.
In un clima di attenta partecipazione e di manifesto interesse si è conclusa
questa nuova e stimolante avventura nel mondo poco esplorato della cultura
figurativa del territorio, al quale i soci del Circolo si sentono di
appartenere.

prof.   P. Grasso

M’ILLUMINO DI MENO 2011

Uniti nell’energia pulita

.

Il 18 febbraio 2011 torna M’illumino di meno, la più radiofonica campagna sul risparmio energetico mai escogitata sul globo terracqueo.

La Giornata del Risparmio Energetico 2011, special edition per i 150 anni dall’unità d’Italia, è fissata per il 18 febbraio 2011. Anche quest’anno Caterpillar invita comuni, associazioni, scuole, aziende e case di tutt’Italia ad aderire all’iniziativa creando quel “silenzio energetico” che ha coinvolto le piazze di tutt’Europa negli anni scorsi, per fare spazio, dove possibile, ad un’accensione virtuosa, a base di fonti rinnovabili.

Per il 18 febbraio cerchiamo, contestualmente agli spegnimenti simbolici, accensioni originali di luci pulite a tema tricolore. Turbine, lanterne, Led o biciclette, che alimentino tricolori luminosi su tutto il territorio nazionale. Impariamo a risparmiare, a produrre meglio e a pretendere energia pulita per tutti.

Allo stadio attuale della ricerca tecnologica è già possibile produrre energia con il sole, il vento, il mare, il calore della terreno o con le biomasse. Facendo appello all’inesauribile ingegno italico invitiamo tutti, dagli studenti ai precari, dalle aziende in crisi alle amministrazioni comunali, a misurarsi con la green economy adottando un sistema pulito per spegnere lo spreco e accendere una scenografia tricolore il 18 febbraio 2010. Segnalateci la vostra intenzione di ideare dei M’illumino Mob, eventi che riuniscano più persone, privilegiando luoghi aperti e pubblici, particolarmente visibili, ricreando una sorta di Spedizione dei Mille M’illumino nelle piazze spente di tutt’Italia, per testimoniare la necessità di una gestione più “illuminata” del nostro futuro.

La campagna 2011 inizierà il 24 gennaio, raccontando per radio le buone pratiche di produzione e di consumo intelligente di energia, e dando voce alle adesioni più interessanti per il 18 febbraio.

Anche all’estero cercheremo esperienze di razionalizzazione dei consumi e di amministrazioni virtuose dal punto di vista della gestione sostenibile delle risorse energetiche.

Su www.caterpillar.rai.it, sarà possibile segnalare la propria adesione e trovare tutti i materiali per diffondere l’iniziativa nei posti di lavoro, a scuola o nella propria città.

24 – 25 – 26 Settembre ” Puliamo il Mondo “

Stop ai sacchetti di plastica

Tuteliamo la vita sulla terra: diciamo stop ai sacchetti di plastica

Il 2010 è l’anno dedicato dall’ONU alla biodiversità. Difendiamola!
Le tartarughe marine confondono i brandelli di film di plastica fluttuanti con le meduse, loro prede preferite.
Balene e altri mammiferi marini, così come molti grandi uccelli marini ne sono vittime a migliaia, forse milioni.

I danni dovuti alla dispersione dei sacchetti

I sacchetti di plastica sono volatili e si diffondono nell’ambiente. Rimangono per anni impigliati nei rami, lungo le sponde dei corsi d’acqua, sulle spiagge e le scogliere, diffondono degrado nei giardini, si trovano sepolti tra le foglie nei boschi, in frammenti nel terreno agricolo. Un sacchetto resta nell’ambiente da un minimo di 15 a un massimo di 1000 anni. Tutti i sacchetti che sono stati utilizzati in circa trent’anni sono ancora tutti – e sono centinaia di miliardi – ubiquitariamente in circolazione.

La plastica negli oceani: il Pacific Trash Vortex

Dispersione e concentrazione: il gioco delle correnti ha generato una concentrazione dei rifiuti dispersi nell’ambiente oceanico a 800 miglia a nord delle Hawaii nell’Oceano Pacifico. Il Pacific Trash Vortex, scoperto dal Capitano Charles Moore, ha un’estensione che varia a seconda delle stime tra i 700.000 e i 10 milioni di Km quadrati e, come minimo, un peso stimato di 3 milioni di tonnellate. Il Pacific Trash Vortex è in gran parte costituito da plastica.
Clicca qui per guardare un video sulla diffusione della plastica negli oceani



Festa dell’albero 2010

Il 19 – 20 e 21 Novembre coltiviamo la biodiversità

Anche quest’anno Legambiente propone la tradizionale Festa dell’Albero che da sedici anni riunisce scuole, amministrazioni locali e cittadini per la piantumazione di alberi lungo tutta la penisola: nelle giornate del 19, 20 e 21 novembre i luoghi nei quali viviamo saranno resi più verdi, belli e respirabili dalla presenza di nuove piante. Un’azione concreta di lotta ai cambiamenti climatici e prevenzione del dissesto idrogeologico, ma anche un’occasione per focalizzare l’attenzione sull’importanza che il verde riveste nel mantenimento degli equilibri ambientali del pianeta.

L’edizione del 2010, anno internazionale della biodiversità, affiancherà ai classici contenuti del rispetto del verde e della lotta all’inquinamento, l’impegno per la conservazione dell’habitat e dell’ecosistema: per contribuire alla preservazione della specificità ambientale, Legambiente metterà a dimora varietà di piante autoctone, preferite alle altre in ogni territorio.

La biodiversità sarà anche al centro delle divertenti attività rivolte ai bambini organizzate insieme a Susanna Tamaro: in collaborazione con la casa editrice Giunti,Legambienteporterà nelle scuole l’animazione del libro “Il cerchio magico” che racconta il rischio della perdita degli alberi e dell’estinzione di flora e fauna.  Dopo il successo dello scorso anno, viene inoltre riproposto il concorso letterario per elementari e medie patrocinato dalla scrittrice: parte il 19 novembre “Biodiversi”, dedicato ai ragazzi che vogliono dare spazio alla loro fantasia raccontando in rima l’importanza della diversità ambientale.

Sarà Acciaroli (frazione di Pollica) il luogo dal quale prenderà il via l’iniziativa, con l’inaugurazione del Bosco della legalità che Legambientee Feltrinelli realizzeranno nel Parco del Cilento per ricordare il sindaco Angelo Vassallo e dare seguito al suo progetto per l’ambiente.

A seguire le numerose iniziative che da nord a sud riqualificheranno le aree abbandonate o prive di verde con idee originali e significative: a Solofra i bambini sistemeranno piante in un’area giochi abbandonata, a Marzaglia, in provincia di Modena, saranno messe a dimora piante di “protesta” sul tracciato della futura autostrada Campogliano – Sassuolo; a Modena i volontari piantumeranno 50 alberi in un’area sulla quale alcune associazioni hanno avviato un progetto di “contrasto culturale” all’illegalità; il circolo lombardo di Usmate Velate, in collaborazione con il Comune, pianterà un albero per ogni bambino nato, i cittadini di Chianciano Terme sostituiranno con nuove piante gli alberi abbattuti per realizzare gli scavi archeologici, mentre a Tolentino verranno messe a dimora 80 specie arbustive tipiche della flora marchigiana per ricreare il micro-sistema della siepe presso il cortile dell’istituto “Lucarelli”.

Tutti gli appuntamenti della Festa dell’albero sono sul sito di Legambiente

Inoltre, per il terzo anno consecutivo Legambientee ANVE  – Associazione Nazionale Vivaisti Esportatori -  rinnovano il reciproco impegno nella riduzione dell’effetto serra. Verranno piantati 1.000.000 alberi di diverse specie su tutto il territorio nazionale. L’operazione “1.000.0000 di alberi per il clima” tende a richiamare l’attenzione sull’importanza che la riduzione di CO2, la valorizzazione del paesaggio e delle produzioni autoctone e la tutela della biodiversità, hanno nella lotta ai cambiamenti climatici.

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